Ergastolo per Ariane Pereira Bezerra da Silva, a processo davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio per l’omicidio premeditato di Fabio Ravasio, compagno della madre Adilma Pereira Carneiro. È la richiesta formulata dal sostituto procuratore Ciro Caramore al termine di una requisitoria durata oltre cinque ore, durante la quale l’accusa ha ricostruito gli elementi che, secondo la sua ricostruzione, dimostrerebbero il coinvolgimento della donna nell’organizzazione del delitto.
Ravasio era stato investito il 9 agosto 2024 in quello che, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe stato un agguato studiato per simulare un incidente stradale provocato da un pirata della strada. L’uomo morì poche ore dopo. Per la Procura, Ariane non si sarebbe limitata a conoscere il piano o a intervenire successivamente per aiutare la madre, ma avrebbe contribuito in maniera attiva alla sua realizzazione.
Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero ha definito una «sciocchezza» l’ipotesi che la condotta dell’imputata possa essere ricondotta al solo favoreggiamento, anziché al concorso morale e materiale nell’omicidio.
Il debito da 800mila euro e la ricerca di un killer
Tra gli elementi richiamati dall’accusa c’è innanzitutto la vicenda economica che avrebbe fatto da sfondo al delitto. I genitori di Fabio Ravasio avevano chiesto alla compagna del figlio di restituire le somme prestate in precedenza, per un totale di circa 800mila euro. Una situazione che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe esposto la donna al rischio di un’azione esecutiva sull’immobile di proprietà della madre nel quale viveva.
La Procura ha poi insistito sulla partecipazione di Ariane a un incontro ritenuto centrale nella pianificazione dell’omicidio, avvenuto al bar di Massimo Ferretti, all’epoca amante di Adilma Pereira Carneiro.
In quella fase, secondo l’accusa, l’imputata avrebbe anche proposto di rivolgersi al campo nomadi di Magenta per individuare una persona disposta a uccidere Ravasio.
Un altro passaggio riguarda i contatti intrattenuti dalla donna con Mohammed Dahibi, uno degli otto imputati condannati in primo grado per l’omicidio. Le comunicazioni, collocate dalla Procura tra l’8 e il 14 luglio 2024, sarebbero riconducibili a una seconda fase di ricerca di un esecutore, dopo il fallimento del tentativo di Ferretti di coinvolgere un ultras della curva rossonera.
Secondo il pubblico ministero, Ariane avrebbe avuto un ruolo anche nell’ulteriore trattativa per trovare qualcuno che si occupasse dell’omicidio, attribuita nella sentenza di primo grado all’allora compagno della donna.
Le telefonate dopo l’investimento: «Una sorta di centrale operativa»
Particolare rilievo è stato attribuito ai contatti tra Ariane, la madre e gli altri imputati condannati in primo grado nelle giornate e nelle ore immediatamente precedenti al delitto.
Per la Procura, queste comunicazioni dimostrerebbero che la donna era «pienamente coinvolta nel circuito informativo» relativo al piano omicidiario.
Ancora più significativa, nella ricostruzione accusatoria, sarebbe la sequenza di telefonate successive all’investimento di Ravasio. Il sostituto procuratore ha descritto i contatti come «una triangolazione» tra l’imputata, la madre e l’allora compagno, sottolineando la rapidità e la frequenza delle comunicazioni.
Da qui la conclusione del pubblico ministero, secondo cui Ariane sarebbe stata «al centro della rete, quasi fosse una sorta di centrale operativa».
Per l’accusa, le telefonate sarebbero direttamente legate all’investimento e al piano per uccidere Ravasio. Le eventuali spiegazioni alternative, ha sostenuto Caramore in aula, rasenterebbero «non l’inverosimile, ma il ridicolo».
L’auto ripulita e le prove da occultare
L’ultimo elemento affrontato durante la requisitoria riguarda il presunto ruolo di Ariane nell’occultamento delle prove e nelle operazioni di pulizia dell’automobile utilizzata per investire Ravasio.
Il pubblico ministero ha ripercorso questo aspetto attraverso intercettazioni e messaggi scambiati tra l’imputata e la madre. Durante l’esposizione, la donna ha più volte scosso la testa mentre ascoltava le contestazioni.
Nel complesso, secondo la Procura, gli elementi raccolti escluderebbero che Ariane fosse semplicemente a conoscenza del progetto omicidiario senza avervi aderito psicologicamente.
La richiesta di ergastolo chiude così la requisitoria dell’accusa, che punta a dimostrare un coinvolgimento diretto della donna nella pianificazione e nella gestione delle fasi successive al delitto. Spetterà ora alla Corte d’Assise valutare le responsabilità dell’imputata e decidere sulla richiesta della Procura.













