MALPENSA – È stata condannata a un anno di reclusione (pena sospesa) una donna finita a processo per sottrazione di minore e mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del tribunale. Il giudice Roberto Falessi ha stabilito anche un risarcimento di 10mila euro in favore del padre del bambino.
Secondo quanto ricostruito nel processo, il piccolo sarebbe stato isolato per anni e indottrinato contro il padre, fino a rendere necessario l’intervento del tribunale che ha disposto il collocamento in comunità e l’affidamento ai servizi sociali.
Oggi la situazione è cambiata: il bambino vive con il padre, mentre alla madre è consentito incontrarlo in spazio protetto ogni due settimane.
Un caso che riapre il tema della violenza familiare
La vicenda mette in luce un aspetto spesso poco discusso: le forme di violenza familiare che possono verificarsi anche quando a esercitarle è una donna.
In questo caso non si tratta di violenza fisica, ma di isolamento, manipolazione e ostacolo sistematico al rapporto con l’altro genitore, dinamiche che – secondo le relazioni degli specialisti coinvolti nel procedimento – hanno avuto conseguenze pesanti sullo sviluppo del minore.
Il bambino, infatti, presentava forti difficoltà relazionali e scolastiche, fino alla bocciatura in quarta elementare, con un evidente impatto anche sulla sua autostima.
Un rapporto genitoriale mai costruito
La donna e il padre del bambino non avevano mai avuto una relazione sentimentale. Si erano conosciuti alla festa di compleanno del fidanzato di lei e, dopo qualche scambio di messaggi, avevano deciso di uscire insieme.
Un unico appuntamento che però portò alla nascita del bambino nove mesi dopo.
Per anni il rapporto tra i due rimase confuso e sporadico, finché il padre – oggi 52enne – decise di riconoscere il figlio e assumere pienamente il proprio ruolo.
A quel punto, secondo l’accusa, la madre avrebbe iniziato a ostacolare con decisione ogni rapporto tra padre e figlio.
Incontri impediti e provvedimenti ignorati
Secondo quanto emerso nel processo, la donna – difesa dall’avvocato Alessandra Salomoni – avrebbe impedito gli incontri protetti, bloccato i contatti telefonici e in più occasioni si sarebbe resa irreperibile, nonostante i provvedimenti del giudice civile e le indicazioni dei servizi sociali.
Nel frattempo il bambino viveva una condizione di isolamento quasi totale. Le relazioni degli assistenti sociali e del consulente del tribunale descrivono un minore fragile e manipolato, senza rapporti con coetanei e senza una rete di relazioni esterne.
Il suo mondo – secondo le relazioni depositate agli atti – iniziava e finiva con la madre e con il cane di famiglia, un pitbull con cui trascorreva gran parte delle giornate.
Il caso diventato mediatico
La vicenda era finita anche sui social network, dove la donna aveva pubblicato fotografie, video e post con una propria ricostruzione dei fatti, criticando istituzioni e sistema giudiziario.
La storia era arrivata anche in televisione, con la partecipazione al programma “Fuori dal Coro” su Rete 4, dove la donna aveva sostenuto che il figlio fosse vittima di un sistema simile a quello emerso nel caso Bibbiano.
Le relazioni tecniche depositate nel processo hanno però delineato un quadro molto diverso, portando alla condanna e alla revisione dell’affidamento.
Dopo il periodo trascorso in comunità, il bambino ha iniziato una nuova fase della sua vita vivendo con il padre, mentre i rapporti con la madre sono oggi regolati attraverso incontri protetti stabiliti dai servizi sociali.













