A prima vista, due vite apparentemente normali. Un uomo di circa sessant’anni, pensionato, sposato e con figli. E un trentottenne con un impiego nel settore informatico, una vita regolare e nessun precedente giudiziario. Due persone che, secondo quanto emerso dalle indagini, conducevano un’esistenza lontana da qualsiasi elemento che potesse attirare l’attenzione degli investigatori.
Eppure, dietro quella quotidianità, la Polizia Postale di Milano avrebbe scoperto un interesse criminale legato alla pornografia minorile. I due uomini sono stati arrestati giovedì nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura distrettuale di Milano. Sono accusati di detenzione di materiale pedopornografico.
Le indagini avrebbero portato al sequestro di centinaia di file tra fotografie e video che ritraggono minori. Il materiale, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato reperito attraverso sistemi di condivisione online come eMule e reti torrent.
I due indagati non si conoscono e vivono in località differenti del territorio. Non sarebbero emersi collegamenti personali o organizzativi tra loro: ciò che li accomunerebbe è esclusivamente la natura delle condotte contestate e il materiale digitale rinvenuto dagli investigatori.
Il sessantenne: le chiavette nascoste in casa
Nel corso della perquisizione nell’abitazione del sessantenne, gli investigatori avrebbero individuato parte dei file all’interno di dispositivi di memoria nascosti nella struttura di una libreria.
L’attività investigativa non sarebbe però nata dalla semplice perquisizione domiciliare. Dietro l’operazione c’è un lavoro di monitoraggio e analisi delle attività online, compresi gli ambienti più difficili da individuare della rete, condotto dagli specialisti della Polizia Postale.
Davanti al giudice per le indagini preliminari Francesca Roncarolo, l’uomo avrebbe scelto di rispondere alle domande. Avrebbe ammesso il possesso del materiale, prendendo però le distanze da qualsiasi coinvolgimento dei familiari.
Secondo quanto riferito nell’interrogatorio, l’uomo avrebbe sostenuto di aver scaricato i file per curiosità e di non averli mai visualizzati. Una circostanza che dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti tecnici sui dispositivi sequestrati.
L’indagato avrebbe inoltre negato di avere mai manifestato interessi sessuali nei confronti dei minori o una particolare attrazione per la pornografia.
Il 38enne sceglie di non rispondere
Di fronte al gip, invece, il trentottenne ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
La perquisizione nella sua abitazione avrebbe restituito un quadro particolarmente complesso dal punto di vista tecnologico. In una delle stanze della villetta, utilizzata come ambiente di lavoro e laboratorio informatico, gli investigatori avrebbero trovato numerosi computer e monitor collegati in rete, apparecchiature tecnologiche, telecamere e altri dispositivi.
Ma il materiale più importante per l’inchiesta sarebbe quello conservato nei numerosi supporti di memoria rinvenuti dagli investigatori. Si parla di un numero molto elevato di hard disk, che dovranno essere esaminati uno per uno dagli specialisti.
L’obiettivo dell’analisi non è soltanto stabilire la responsabilità individuale degli indagati, ma soprattutto verificare la provenienza dei file e ricostruire eventuali collegamenti con altri soggetti.
L’obiettivo: risalire alla filiera
È proprio questo uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta. Gli investigatori stanno cercando di capire se il materiale sequestrato sia riconducibile esclusivamente a circuiti di condivisione già noti oppure se possa condurre a soggetti coinvolti nella produzione e distribuzione di materiale pedopornografico.
L’analisi forense dei dispositivi potrebbe quindi fornire elementi utili per ricostruire una rete più ampia, individuando eventuali account, connessioni, scambi di file e contatti digitali.
Un lavoro complesso, affidato agli specialisti della Polizia Postale, che dovranno esaminare una quantità considerevole di dati alla ricerca di elementi utili all’inchiesta.
Due arresti, un’indagine che prosegue
Dopo gli interrogatori davanti al gip, per entrambi gli indagati è stata confermata la custodia cautelare in carcere a Busto Arsizio.
Il procedimento nasce dall’attività della Procura di Milano e della Polizia Postale. Per competenza territoriale, il pubblico ministero della Procura di Busto Arsizio Roberto Bonfanti ha seguito la fase relativa alla convalida degli arresti, trasmettendo successivamente gli atti alla Procura di Milano.
L’indagine, tuttavia, è tutt’altro che conclusa. Il lavoro degli investigatori proseguirà soprattutto sul fronte digitale, attraverso l’esame dei dispositivi sequestrati.
Dietro i due casi individuali, infatti, resta la questione più ampia dei circuiti online che consentono la circolazione di materiale pedopornografico. È su quei canali che gli investigatori intendono concentrare gli sforzi per cercare di risalire, passo dopo passo, fino a chi produce e alimenta questo mercato criminale.
Gli arresti rappresentano dunque soltanto una tappa di un’indagine che potrebbe svilupparsi ulteriormente sulla base di ciò che emergerà dall’enorme mole di dati ancora da analizzare.













