Dopo decenni di crescita costante, i tassi di obesità in molti Paesi industrializzati sembrano aver raggiunto una fase di stabilizzazione. In alcuni casi, come Italia, Francia e Portogallo, si registra persino un lieve calo. È quanto emerge da una vasta ricerca internazionale pubblicata sulla rivista Nature, coordinata dall’Imperial College di Londra e realizzata con il contributo di circa 2mila ricercatori provenienti da tutto il mondo, tra cui anche specialisti dell’ospedale di Circolo di Varese.
Lo studio ha analizzato i dati relativi all’indice di massa corporea (BMI) di 232 milioni di persone appartenenti a 200 Paesi, osservando l’andamento del fenomeno dal 1980 al 2024. I risultati mettono in discussione l’idea di una crescita continua e inarrestabile dell’obesità a livello globale.
Secondo Majid Ezzati, coordinatore della ricerca, il ritmo di crescita dell’obesità sta rallentando in numerosi Paesi e potrebbe persino invertirsi. Un dato che, spiegano gli studiosi, apre a uno scenario più incoraggiante rispetto al passato e suggerisce che alcune strategie di prevenzione e salute pubblica stiano producendo effetti concreti.
L’analisi evidenzia come il cambiamento sia iniziato prima tra bambini e adolescenti, per poi riflettersi anche sugli adulti circa dieci anni più tardi. La Danimarca è stata il primo Paese a registrare un rallentamento, già all’inizio degli anni Novanta, seguita successivamente dalla maggior parte delle nazioni occidentali.
In Italia il plateau dell’obesità è stato raggiunto con livelli relativamente contenuti rispetto ad altri Stati: tra l’8% e il 12% nei bambini e tra il 14% e il 15% negli adulti. Una situazione molto diversa rispetto a Paesi come Stati Uniti e Nuova Zelanda, dove la stabilizzazione è arrivata quando l’obesità interessava già fino a un quarto della popolazione scolastica.
Restano però forti criticità nei Paesi a basso e medio reddito, dove i tassi continuano a crescere rapidamente. In alcune realtà, come Brasile, Romania e Repubblica Ceca, la prevalenza dell’obesità tra gli adulti ha ormai raggiunto livelli compresi tra il 30% e il 40%.
Per i ricercatori è quindi necessario rafforzare le politiche di salute pubblica, puntando soprattutto su una maggiore disponibilità e accessibilità economica di alimenti sani, così da ridurre le disuguaglianze sanitarie ancora presenti a livello globale.
Importante anche il contributo italiano alla ricerca. Hanno partecipato numerose università e istituti scientifici del Paese, tra cui gli atenei di Palermo, Torino, Padova, Bologna, Firenze, Bari, Pisa e Insubria, oltre all’Istituto Superiore di Sanità, al Cnr e a diverse strutture ospedaliere e centri di ricerca specializzati.













