Frontalieri, stipendi alti ma meno potere d’acquisto: il 48% guadagna meno di prima

Frontalieri, stipendi alti ma meno potere d’acquisto: il 48% guadagna meno di prima
Dalla ricerca di CISL e OCST su 1.542 lavoratori emerge un quadro tra soddisfazione salariale e criticità: il 55,6% si sente pagato meno di un collega svizzero con le stesse mansioni e l’87,8% giudica penalizzante la tassa sulla salute. Da Varese e Como partono oltre 60mila frontalieri. I risultati saranno presentati il 24 ottobre alle Ville Ponti.

Lo stipendio resta una delle principali ragioni per lavorare in Svizzera, ma non è più sufficiente a compensare tutte le difficoltà legate alla vita da frontaliere. Il calo del potere d’acquisto, le differenze retributive rispetto ai colleghi residenti, i tempi di percorrenza e un welfare ritenuto insufficiente sono tra le criticità emerse da una nuova indagine sulle condizioni dei lavoratori oltreconfine.

La ricerca, intitolata Lavorare oltre confine: condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri, sarà presentata sabato 24 ottobre al Centro Congressi Ville Ponti di Varese. Promossa da CISL dei Laghi, CISL Sondrio, CISL Piemonte Orientale e OCST, con il coordinamento scientifico di BiblioLavoro, l’indagine ha raccolto nel maggio 2026 le risposte di 1.542 lavoratrici e lavoratori.

Da Varese e Como oltre 60mila frontalieri

I dati confermano il peso del lavoro oltreconfine per l’economia e la società del territorio. Dalla provincia di Como partono quasi 32mila frontalieri, pari al 41% degli italiani occupati in Ticino. Dalla provincia di Varese ne arrivano altri 31mila.

Una realtà consolidata, che coinvolge decine di migliaia di famiglie e che continua a essere attratta dalle opportunità occupazionali e salariali offerte dal mercato svizzero. Ma dietro la convenienza economica emergono anche problemi che incidono sulla qualità della vita e sulla percezione di equità nel rapporto di lavoro.

Stipendi: soddisfazione, ma il potere d’acquisto diminuisce

Il 73% degli intervistati si dichiara soddisfatto del proprio stipendio, ma questo dato convive con una crescente preoccupazione per il costo della vita.

Quasi un lavoratore su due, il 48,4%, ritiene infatti che negli ultimi anni il proprio potere d’acquisto sia diminuito. Inoltre, il 55,6% pensa di guadagnare meno rispetto a un lavoratore residente in Svizzera che svolge le stesse mansioni.

La percezione di disparità è ancora più marcata tra chi non è coperto da un contratto collettivo: in questo gruppo, la percentuale sale al 63,4%.

Anche il trattamento ricevuto sul posto di lavoro rappresenta un elemento critico. Il 42,7% dei partecipanti riferisce almeno un episodio percepito come discriminatorio in quanto frontaliere, un dato che richiama l’attenzione sulla necessità di garantire condizioni più eque e tutele adeguate.

Viaggi lunghi e poco telelavoro: il peso degli spostamenti

Accanto alla questione salariale, la ricerca evidenzia il costo quotidiano del pendolarismo. Quasi un frontaliere su tre trascorre più di un’ora e mezza al giorno negli spostamenti tra casa e lavoro, mentre il 73,2% utilizza principalmente l’automobile.

Un’organizzazione che comporta costi economici e un impatto significativo sul tempo libero e sulla vita familiare. In questo contesto, il telelavoro potrebbe rappresentare una soluzione per ridurre gli spostamenti, ma le opportunità restano limitate: solo il 37,4% delle aziende lo consente ai frontalieri.

Tra chi può già lavorare da remoto, tuttavia, il consenso è molto elevato: il 95,2% si dichiara favorevole. Un dato che segnala quanto questa modalità sia apprezzata da chi ne può usufruire.

La tassa sulla salute divide, pochi pensano di trasferirsi in Svizzera

Tra i temi più controversi figura la cosiddetta tassa sulla salute, giudicata penalizzante dall’87,8% degli intervistati. Una percentuale che evidenzia il malcontento di una larga parte dei lavoratori rispetto a una misura che incide sulla percezione della convenienza complessiva del lavoro oltreconfine.

La ricerca offre anche un’indicazione sulle prospettive future: il 76,9% degli intervistati esclude di trasferirsi in Svizzera. Per la maggior parte dei frontalieri, dunque, lavorare oltreconfine non rappresenta il primo passo verso l’emigrazione, ma una scelta che si vuole mantenere continuando a vivere sul versante italiano.

Il quadro che emerge è quello di un rapporto con il mercato del lavoro svizzero caratterizzato da vantaggi economici ancora importanti, ma anche da criticità legate al potere d’acquisto, alle tutele, alla mobilità e al riconoscimento professionale. Temi che saranno al centro del confronto del 24 ottobre alle Ville Ponti, quando i risultati dell’indagine offriranno una base per discutere bisogni e prospettive di una componente fondamentale del mercato del lavoro transfrontaliero.

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