Andrea Pucci doveva salire sul palco di Sanremo. Non ci salirà. Dopo quarantotto ore di insulti e polemiche, il comico ha fatto un passo indietro. Fine della storia? Non proprio. Perché il caso, in realtà, racconta molto di più del destino televisivo di un artista.
Racconta, soprattutto, di un meccanismo ormai rodato: la satira è libertà assoluta, ma solo quando colpisce dalla parte giusta. Se un comico di area progressista prende in giro politici, avversari, simboli, tradizioni o chiunque non rientri nel perimetro culturale dominante, è arte, coraggio, impegno civile. Se invece un comico non si allinea, o peggio ancora dichiara di non appartenere a quella galassia, ecco che diventa improvvisamente discutibile, divisivo, da mettere sotto processo mediatico.
Non importa nemmeno cosa dica davvero. Conta l’etichetta. Se non sei dei nostri, sei contro di noi. E da lì in poi parte la macchina: campagne social, indignazione permanente, accuse, pressione pubblica. Fino alla resa. O al passo indietro.
È la nuova forma di censura morbida: nessuno vieta nulla ufficialmente, ma il messaggio arriva chiaro. Se vuoi lavorare tranquillo, evita di uscire dal coro. Evita di non piacere alla parte rumorosa dei social. Evita di sembrare “non allineato”.
Il risultato è una comicità sempre più prudente, sempre più prevedibile, sempre meno libera. Tutti pronti a difendere la libertà di espressione, ma solo quando a esprimersi sono quelli che la pensano allo stesso modo.
Il paradosso è evidente: si invoca inclusione, pluralismo, libertà. Ma appena qualcuno non rientra nello schema giusto, diventa un problema da neutralizzare.
Pucci ha scelto di sfilarsi. Legittimo. Ma resta la sensazione che oggi, nel mondo dello spettacolo, la vera discriminante non sia più se fai ridere o meno. Conta da che parte stai.
E così la satira, che dovrebbe colpire tutti, finisce per colpire sempre gli stessi. Gli altri, semplicemente, vengono fatti scendere dal palco prima ancora di salirci.










