MILANO – ”Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower”. Sono le prime parole che Chiara Ferragni ha pronunciato dopo la sentenza con cui è stata assolta dal processo milanese per truffa aggravata in relazione alle operazioni commerciali ‘Pandoro Balocco Pink Christmas’ (Natale 2022) e ‘Uova di Pasqua Chiara Ferragni – sosteniamo i Bambini delle Fate’ (Pasqua 2021 e 2022)’.
La sentenza – i pm Eugenio Fusco e Cristian Barilli avevano chiesto un anno e otto mesi – è stata pronunciata dal giudice Ilio Mannucci Pacini che ha dichiarato il ”non luogo a procedere per accettazione di remissione di querele”. In sintesi, venuta meno l’aggravante, la truffa è perseguibile solo su querela, assente visto che il Codacons l’ha ritirata, cade l’accusa.
Assolti anche l’ex braccio destro Fabio Maria Damato (era stata chiesta una condanna a un anno e otto mesi) e il presidente del cda di Cerealitalia, Francesco Cannillo (richiesta di un anno). Al centro del processo, iniziato lo scorso settembre, c’è una truffa “diffusa” – a dire dell’accusa – in cui l’influencer
da 28 milioni di follower ha un “ruolo prominente” e per questo non è meritevole di attenuanti. Per i pubblici ministeri, l’imprenditrice avrebbe ingannato i consumatori e avrebbe ottenuto, tramite le due campagne commerciali, un ingiusto profitto di circa 2,2 milioni di euro, oltre che benefici incalcolabili dal ritorno di immagine.
L’operazione ‘Balocco’, in particolare, avrebbe indotto “in errore un numero imprecisato di acquirenti” convinti che con il proprio acquisto Pink (al prezzo di 9,37 euro invece di 3,68) avrebbero finanziato la raccolta fondi a favore dell’ospedale Regina Margherita di Torino. Dall’accordo, invece, le società Ferragni hanno incassato poco più di un milione per pubblicizzare via Instagram l’iniziativa benefica per la quale la società Balocco aveva destinato 50mila euro a favore dell’ospedale, indipendentemente dalle vendite. Un presunto “errore di comunicazione” che si sarebbe verificato anche nel secondo caso contestato. E’ in quel rapporto di fiducia tra l’influencer e il seguace (o follower) che si innesta, per i pm, l’aggravante della minorata difesa in relazione alla truffa. Chi compra, spesso nei negozi della grande distribuzione organizzata, si fida dell’imprenditrice digitale e quella che va in scena è “una truffa contrattuale a carattere diffuso” dove l’acquirente “è diffuso e polverizzato” geograficamente e spesso è anche minorenne visto il seguito social.
Un’idea da sempre respinta dall’imputata – assistita dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana -, la quale ha sempre respinto le accuse e tra risarcimenti e beneficenze ha complessivamente versato circa 3,4 milioni di euro. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni.













