MILANO – Eccoli dunque i “magnifici 5”, i nuovi sacerdoti della nostra diocesi che l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, ha ordinato questa mattina nel Duomo di Milano, insieme ad altri sette novelli presbiteri ambrosiani.
I dodici candidati (“come gli Apostoli”, sottolinea Chiesa di Milano) con un’età compresa tra i 36 e i 25 anni e alle spalle percorsi di studio e lavorativi differenti, hanno abbandonato la loro idea di felicità per seguirne la fonte, come recita il loro motto “Cristo è tutto per noi”, tratto dal De virginitate, un testo di Sant’Ambrogio, copatrono della Diocesi di Milano.
Tra questi giovani spicca anche una significativa rappresentanza della zona pastorale di Varese, provenienti da diverse realtà del nostro territorio.
Tra loro c’è Andrea Angelini, 25 anni, originario di Casciago. Dalla città di Varese arriva invece Giuseppe Bianchi, nato nel 1990 e cresciuto nella comunità della Basilica di San Vittore Martire.
L’alto Varesotto sarà rappresentato da Samuele Brancè, 27 anni, della comunità di Mesenzana, mentre da Crugnola di Mornago proviene Emanuele Guido, 26 anni. Completa il gruppo Paolo Macchi, 27 anni, cresciuto nella parrocchia di Santo Stefano a Tradate.
Ecco i profili biografici stilati da loro in prima persona
Don Andrea Angelini

Sono originario di Casciago, un piccolo paese del Varesotto e ho 25 anni. Sono entrato in Seminario subito dopo aver conseguito la maturità al liceo Classico di Varese. La mia vocazione è nata negli anni delle superiori, a partire da molti fattori che Dio ha saputo intrecciare con sapienza per indicarmi quale strada percorrere nella vita.
Le molte domande rispetto al senso della mia vita, l’aver trovato un prete che veramente mi sapeva essere guida nel mio percorso di crescita, l’educazione ricevuta in famiglia e l’amicizia con coetanei che vivevano con gioia la propria fede e l’appartenenza alla Chiesa, sono gli elementi principali che mi hanno portato a domandarmi se Dio mi stesse chiedendo di seguirlo più da vicino e donargli la vita come sacerdote. Da qui si è aperto un meraviglioso cammino di ricerca che mi ha portato, lo scorso 4 ottobre, a dire il mio «sì» a Dio e alla Chiesa che mi chiamavano a diventare diacono e il prossimo 13 giugno prete.
Non sono stati anni scontati, né banali: ci sono state fatiche che hanno richiesto molta determinazione per essere superate e più volte la tentazione di gettare la spugna ha rischiato di prendere il sopravvento, ma, in ogni caso, la consapevolezza che questa sia la vita a cui Gesù mi ha chiamato ha sempre prevalso.
Mi affaccio al futuro senza sapere cosa mi aspetta, ma con la convinzione che il Signore ha già preparato per me qualcosa di buono e con una grandissima curiosità di scoprire cosa ha in serbo per me.
Don Giuseppe Bianchi

Sono nato nel 1990, vengo da Varese, dalla parrocchia della Basilica di San Vittore Martire e tra poche settimane sarò sacerdote.
Dopo il liceo scientifico, ho studiato ingegneria al Politecnico e ho lavorato per qualche anno, prima nella costruzione di autostrade e poi nella meccanica applicata al tessile.
Solo a 28 anni è nata in me l’ipotesi che il Signore mi stesse chiamando al sacerdozio. Alcuni fatti mi hanno costretto, in quegli anni, a fare sintesi della vita intera e a vedere dove, con grande evidenza, tutti i fili che avevo intrecciato erano diretti. Mi chiedevo spesso, in quel periodo: «A cosa serve costruire strade, o macchine, per gente che non sa cos’è al mondo a fare?». Ma anche: «Cosa mi stai chiedendo, Signore, oggi?».
Affidandomi alla Chiesa, nelle sue varie espressioni, sono giunto a bussare alle porte del Seminario diocesano. La formazione è stata entusiasmante e faticosa: lo studio della Teologia è di una ricchezza sorprendente, cambia il modo di pensare a Dio e di vivere la fede; allo stesso modo, guardarsi dentro e guardare “da dentro” la Chiesa, non è sempre facile.
Sono particolarmente grato anche alle comunità di Cassano Magnago, Luino e Abbiategrasso, oltre alla cappellania del Policlinico di Milano, che mi hanno accolto per la pastorale in questi anni di Seminario.
Al termine di un percorso, come tante volte mi è già capitato di vivere, ne inizia uno nuovo, questa volta particolarmente intenso. So però che, come è sempre stato, là dove sarò, il Signore non mancherà.
Don Samuele Brancè

Ho 27 anni e sono originario di Mesenzana (Va), un piccolo paese nel Decanato di Luino, agli estremi confini della Diocesi. È qui che, fin da bambino, le cose di Dio, dall’altare all’oratorio, mi hanno affascinato a tal punto da pensare che riguardassero anche me. Durante gli anni del liceo classico e della Facoltà teologica, la possibilità che il mio modo di donare la vita fosse quello del prete si è fatta sempre più chiara, grazie ad alcune persone che hanno segnato in modo indelebile la mia vita.
Mi ha aiutato a intuire a che cosa Gesù mi chiamasse il cercare di vivere tutto quello che mi capitava accompagnato dall’avverbio “veramente”. In questo “veramente”, come per incanto, è sbocciata la verità di quello che sono, la mia unicità, la mia vocazione, la mia missione. Così, nel settembre del 2020, sono entrato in Seminario per verificare “veramente” quanto avevo intuito.
Nella vita comunitaria, nell’accompagnamento spirituale, nell’affetto e nella preghiera della mia famiglia, delle comunità di casa e quelle a cui sono stato mandato (Somma Lombardo, Villasanta, Policlinico di Milano, Cesano Maderno), nello studio teologico, il Signore Gesù è diventato il centro della mia vita grazie al quale tutto prende senso, gusto, vita.
Perciò, nei giorni che precedono la mia ordinazione, ripeto quei versetti che dalla prima sera in Seminario mi accompagnano: «Se non Gesù solo, con loro» (Mc 9,8) perché senza di te «Signore da chi andremo?» (Gv 6,68).
Don Emanuele Guido

Raccontare in poche righe la mia vocazione è un’impresa: ho solo 26 anni, ma ciò che il Signore compie è sempre più grande di quanto si possa immaginare. Vengo da Crugnola di Mornago (Va) e sono cresciuto in una famiglia numerosa e in una comunità cristiana che, nella semplicità della vita quotidiana, mi ha mostrato la presenza fedele di Dio. Fin da piccolo, anche grazie agli anni da chierichetto, mi affascinava la vita dei preti che incontravo: in loro c’era qualcosa che mi attirava senza che sapessi spiegarmi il perché.
Negli anni dell’adolescenza quel fascino è diventato incontro: il Signore vivo si è fatto vicino, ha toccato la mia vita, ha aperto i miei occhi, ha fatto nascere domande sul futuro e mi ha sorpreso con un amore infinitamente più grande di quanto pensassi di meritare. Accanto alla passione per l’agricoltura, coltivata alle superiori, anche la musica è diventata una compagna fedele del mio cammino: le passioni, quando sono vere, aiutano a crescere e ad allargare il desiderio dell’incontro con lui.
In questi anni di Seminario ho incontrato tante persone che mi hanno accompagnato: nelle parrocchie, nei servizi pastorali, accanto agli ammalati all’Humanitas. In questa catena di volti è risuonata via via sempre più forte una frase della Scrittura: «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). Rendersi conto che siamo tutti pellegrini verso l’incontro atteso, verso colui che è capace di dare senso al passato, pienezza al presente e speranza al futuro. La sorpresa più grande è scoprire come Dio opera: mai togliendo, sempre donando oltre ogni attesa.
Don Paolo Macchi

Ho 27 anni e sono originario della parrocchia di Santo Stefano in Tradate (Va). Sono entrato in Seminario il 12 settembre 2019 e, nell’ultimo anno, ho svolto il mio ministero diaconale nella città di Bollate. Sono grato alla comunità cristiana di Tradate per avermi generato alla fede, grazie ai cammini in oratorio, il servizio all’altare e ai sacerdoti che mi hanno accompagnato. Man mano che crescevo, l’esperienza del mettersi a servizio ha esercitato in me un’attrattiva sempre maggiore e mi ha portato a impegnarmi come animatore, cerimoniere e come educatore.
La domanda vocazionale è poi nata in me grazie al gruppo giovani della Comunità pastorale, con il quale, da una semplice aula di oratorio che il don ci aveva messo a disposizione, è cresciuta un’esperienza di vita comune che ci vedeva in oratorio quasi ogni giorno, fino a sera. Il condividere le giornate con lo studio, il servizio, la cura della “casa”, i pasti, la preghiera mi ha aiutato a crescere umanamente e spiritualmente.
La crisi, derivante dall’accorgermi che lo studio dell’Economia in Università non faceva per me, mi ha portato a prendere in mano sul serio la mia vita, così mi sono accorto che non potevo più scappare da quella chiamata a donarmi totalmente al Signore che, attraverso tutto questo, mi stava rivolgendo.
Durante gli anni del Seminario, sono giunto alla consapevolezza che la pienezza della mia umanità si compie nel lasciare spazio al Signore Gesù, per far sì che sia lui a vivere e a operare in me e attraverso di me. Per questo, avvicinandomi all’ordinazione presbiterale, ho scelto di fare mie le parole di san Paolo ai Galati: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me».












