No, la sicurezza non è una caccia alle streghe

No, la sicurezza non è una caccia alle streghe
Chi denuncia un problema non è un inquisitore. Il vero rischio è trasformare ogni allarme in una colpa di chi lo segnala.

C’è un riflesso che negli ultimi anni si è diffuso nel dibattito pubblico: ogni volta che i cittadini esprimono preoccupazione per la sicurezza, qualcuno si affretta a liquidarla come isteria collettiva, caccia alle streghe, linciaggio mediatico. È un meccanismo tanto comodo quanto pericoloso, perché finisce per spostare l’attenzione dal problema reale al comportamento di chi lo denuncia.

Il paragone con la caccia alle streghe non convince. Le persecuzioni dell’età moderna si svilupparono in un contesto nel quale la stregoneria era considerata un fenomeno reale e perseguibile secondo il diritto e le convinzioni dell’epoca. Oggi, invece, non siamo di fronte a un processo fondato su credenze religiose, ma a fatti concreti che hanno determinato l’intervento delle forze dell’ordine e dell’autorità sanitaria. Le due vicende hanno natura profondamente diversa.

Una donna ha tentato ripetutamente di accedere all’area di un centro estivo. Ha generato allarme tra educatori e famiglie. Successivamente è stata sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio e nei suoi confronti è stato disposto anche un provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale.

Sono fatti.

Sostenere che la preoccupazione dei cittadini sia assimilabile alla caccia alle streghe significa ignorare un principio elementare: la sicurezza si fonda anche sulla percezione del rischio.

Naturalmente nessuno mette in discussione la dignità della persona coinvolta. Chi attraversa una crisi psichiatrica ha diritto alle cure, al rispetto e alla tutela previste dall’ordinamento. Ma riconoscere questa dignità non può significare chiedere ai cittadini di reprimere le proprie legittime preoccupazioni quando episodi oggettivamente anomali si verificano in luoghi frequentati da bambini.

Non esiste alcuna contrapposizione tra assistenza sanitaria e sicurezza pubblica.

Le due cose devono procedere insieme.

Proprio perché una persona è in evidente stato di alterazione è interesse di tutti — suo compreso — che le istituzioni intervengano rapidamente.

Le famiglie non hanno reagito perché suggestionate da Facebook.

Hanno reagito perché hanno visto pattuglie, interventi, racconti diretti di educatori e un contesto che ha inevitabilmente generato apprensione.

Pretendere che tutto questo venga archiviato come semplice “allarme social” rischia di alimentare un’altra forma di distorsione: quella che colpevolizza chi segnala problemi invece di interrogarsi sulle ragioni della sua preoccupazione.

Anche il ruolo dell’informazione merita una riflessione.

Un giornale locale non dovrebbe né alimentare il panico né minimizzare i fatti.

Dovrebbe raccontarli integralmente.

Se un episodio è stato ritenuto sufficientemente serio da richiedere l’intervento delle autorità sanitarie e delle forze dell’ordine, raccontarlo non significa fomentare una caccia all’uomo. Significa fare cronaca.

Allo stesso modo, i cittadini hanno il diritto di discutere di ciò che accade nella propria città senza essere automaticamente dipinti come una folla irrazionale in cerca di un capro espiatorio.

Una comunità responsabile non è quella che tace per paura di apparire intollerante.

È quella che sa tenere insieme due principi fondamentali: la tutela della dignità delle persone fragili e il diritto dei cittadini, soprattutto dei genitori, a pretendere che gli spazi dedicati ai bambini siano percepiti e mantenuti sicuri.

Difendere questo diritto non significa tornare ai roghi del passato.

Significa chiedere alle istituzioni di continuare a fare ciò che, in questa vicenda, hanno effettivamente fatto: intervenire, valutare la situazione, attivare gli strumenti sanitari previsti dalla legge e adottare i provvedimenti ritenuti necessari.

Una società matura non sceglie tra sicurezza e umanità.

Ha il dovere di garantire entrambe, senza trasformare chi esprime una preoccupazione legittima nel nuovo bersaglio del dibattito pubblico.

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