VARESE – Gino Strada entra nella toponomastica cittadina, padre Reginaldo Giuliani ne esce. È questo il punto centrale della cerimonia celebrata a Casbeno: non la semplice intitolazione di una strada al fondatore di Emergency, ma la cancellazione di un nome giudicato incompatibile con i valori oggi sostenuti dall’amministrazione comunale.
Il tratto che collega viale Monte Rosa a via XXV Aprile porta da oggi il nome del medico e attivista scomparso nel 2021. Fino al 31 ottobre era dedicato a Giuliani, sacerdote domenicano, cappellano militare nella Prima guerra mondiale e, successivamente, cappellano delle Camicie Nere e volontario nella campagna d’Etiopia.
La scelta si inserisce pienamente nel dibattito sulla cosiddetta cancel culture: la tendenza a rimuovere dallo spazio pubblico figure del passato valutate con i criteri politici e morali del presente. Un’operazione che i promotori definiscono come aggiornamento della memoria collettiva, ma che i contrari leggono come cancellazione selettiva della storia.
Non una nuova via, ma una sostituzione
Nessuno mette in discussione il rilievo dell’attività umanitaria svolta da Gino Strada, né la legittimità di dedicargli uno spazio pubblico. La controversia riguarda il metodo scelto: per ricordare il fondatore di Emergency non è stata individuata una nuova strada, una piazza o una struttura, ma è stato eliminato un nome già esistente.
Il risultato è un passaggio simbolico costruito su una contrapposizione netta: da una parte il cappellano militare associato al fascismo, al colonialismo e alla guerra; dall’altra il medico pacifista che ha curato le vittime dei conflitti e sostenuto l’universalità del diritto alla salute.
Questa lettura è stata esplicitata durante la cerimonia. Simonetta Gola, intervenuta per Emergency, ha dichiarato: «Ogni volta che viene intitolata una strada è una comunità che si fa una domanda: intorno a chi ci vogliamo riconoscere».
Secondo Gola, la nuova intitolazione «vuole rappresentare un’idea di mondo diverso, basata sulla solidarietà, il rispetto dei diritti umani, il rifiuto della guerra».
La storia di padre Giuliani ridotta al fascismo
Reginaldo Giuliani nacque a Torino nel 1887. Sacerdote domenicano, fu cappellano militare durante la Prima guerra mondiale, partecipò alle battaglie dell’Isonzo e prestò assistenza ai soldati feriti, ricevendo diverse onorificenze.
Nel dopoguerra aderì al fascismo e divenne cappellano delle Camicie Nere. Nel 1935 partì volontario per la guerra d’Etiopia, dove morì il 21 gennaio 1936 durante la battaglia di Passo Uarieu. Per la sua condotta gli fu conferita postuma la medaglia d’oro al valor militare.
È una biografia complessa, nella quale convivono vocazione religiosa, assistenza ai feriti, esperienza militare, nazionalismo e adesione al regime. Nella rappresentazione che ha accompagnato il cambio di nome, tuttavia, a prevalere è stata quasi esclusivamente l’ultima parte della sua vita.
L’assessore alla Cultura Enzo Laforgia lo ha definito «un sacerdote fascista, razzista e militarista, che convintamente aveva sostenuto la guerra d’Etiopia come guerra di civiltà». Una descrizione funzionale a presentare la sostituzione come un passaggio necessario verso «una figura esemplare di una visione di futuro e di comunità umana».
«Non cancelliamo il passato»: la tesi dell’amministrazione
L’amministrazione respinge l’accusa di voler riscrivere la storia. Laforgia ha parlato della necessità di «ridisegnare una odonomastica urbana che non cancella il passato ma ci ricorda il buio e l’oscurità da cui veniamo e da cui ancora fatichiamo a uscire».
La tesi è che la precedente intitolazione non venga rimossa dalla memoria, ma superata attraverso una nuova scelta collettiva. Resta però un dato concreto: padre Giuliani non è stato affiancato o contestualizzato. Il suo nome è stato tolto dalla strada e sostituito.
È precisamente questa differenza a collocare l’operazione nel campo della cancel culture. Conservare la memoria critica significa raccontare una figura con tutte le sue contraddizioni; eliminarne il nome dallo spazio pubblico significa invece stabilire che quella persona non sia più degna di esservi rappresentata.
Cinque anni di scontro politico
Il procedimento formale era iniziato nel dicembre 2021 con una mozione della consigliera Maria Grazia D’Amico, esponente di Progetto Concittadino e attivista di Collettiva. La giunta del sindaco Davide Galimberti approvò il cambio nel luglio 2022, prima del successivo iter burocratico e del benestare della Prefettura.
La proposta incontrò una dura opposizione. L’allora consigliere comunale di Lombardia Ideale Stefano Clerici la definì «una provocazione» e presentò due mozioni per mantenere la dedica a padre Giuliani. Entrambe furono respinte.
Perplessità emersero anche nella maggioranza. La consigliera del Partito Democratico Luisa Oprandi uscì dall’aula al momento del voto, pur non contestando l’omaggio a Strada: riteneva la strada scelta troppo piccola e poco significativa.
Una memoria scelta dalla maggioranza
Il sindaco Galimberti ha interpretato la partecipazione alla cerimonia come una conferma del sostegno cittadino: «Anche la partecipazione è un segno che la città, insieme al Consiglio comunale, questo cambio di denominazione lo voleva».
L’assessore Andrea Civati ha collocato la decisione nel percorso che ha portato Varese a dedicare spazi pubblici anche a Valeria Solesin, Giulio Regeni e Calogero Marrone: «Sono segni di quanto Varese in questi anni è cambiata, portando una certa idea di città».
Ed è proprio questa «certa idea di città» il significato politico dell’operazione. La toponomastica viene utilizzata per selezionare le figure nelle quali la maggioranza ritiene che la comunità debba riconoscersi, rimuovendo quelle considerate estranee o moralmente inaccettabili.
Da oggi Varese ha una via dedicata a Gino Strada. Ma per crearla ha deciso di cancellare quella intitolata a padre Reginaldo Giuliani. È questa scelta, più ancora del nome inaugurato, a segnare il precedente.













