Il prete influencer e il finale annunciato

Il passo indietro di don Alberto Ravagnani non è uno strappo improvviso, ma l’esito coerente di un modello pastorale costruito sull’esposizione continua

La sospensione del ministero presbiterale di Alberto Ravagnani non arriva come un fulmine a ciel sereno. Anzi, per molti osservatori attenti del mondo ecclesiale e comunicativo, il suo addio – almeno per ora – al sacerdozio appare come un epilogo prevedibile, quasi inscritto nel percorso che lo stesso Ravagnani aveva intrapreso negli ultimi anni.

Sacerdote giovane, brillante, capace di intercettare il linguaggio dei social e di parlare a una generazione spesso distante dalle forme tradizionali della Chiesa, Ravagnani ha incarnato con successo una figura nuova: quella del prete-comunicatore, riconoscibile, seguito, talvolta celebrato come “caso mediatico”. Una presenza costante online che, soprattutto durante la pandemia, ha colmato un vuoto reale e ha rappresentato per molti ragazzi un punto di riferimento autentico.

Ma proprio qui sta il nodo critico. Quando il ministero sacerdotale diventa inseparabile dall’esposizione personale, quando il carisma rischia di coincidere con il personaggio, il confine tra vocazione e ruolo pubblico si fa sottile. E fragile. La logica dei social – fatta di consenso, visibilità, aspettative continue – mal si concilia con la dimensione del sacerdozio, che per sua natura chiede silenzio, obbedienza, durata, persino opacità.

Il comunicato della Diocesi di Milano, affidato alle parole di monsignor Franco Agnesi, invita alla preghiera e alla comprensione. Un invito doveroso. Ma accanto alla sofferenza personale e comunitaria, resta una domanda più ampia, che va oltre il singolo caso: quanto è sostenibile, nel lungo periodo, una pastorale costruita secondo le regole della comunicazione digitale? E quanto la Chiesa è pronta ad accompagnare – davvero – queste figure ibride, a metà tra testimoni e influencer?

Il passaggio di Ravagnani a Busto Arsizio, il successo durante il lockdown, la notorietà crescente: tutto lasciava intuire una tensione destinata prima o poi a esplodere. Non per scandalo, ma per logoramento. Perché l’iper-presenza, anche quando è animata dalle migliori intenzioni, presenta sempre il conto.

Il suo stop non va letto come un fallimento individuale, né come una colpa. È piuttosto il segnale di un modello arrivato al limite. E forse, proprio per questo, un’occasione utile per interrogarsi su cosa significhi oggi essere preti, educatori, testimoni, in un tempo che chiede vicinanza ma consuma rapidamente chi si espone troppo.

Prevedibile, sì. Ma non per questo irrilevante. Anzi.