Dieci anni di Gay Pride a Varese. E una domanda che nessuno sembra più avere il coraggio di porre: a che cosa serve oggi il Pride?
Quando la manifestazione nacque, i promotori sostenevano di voler combattere discriminazioni e pregiudizi. Un obiettivo che pochi avrebbero contestato. Chiunque abbia a cuore la libertà individuale ritiene infatti che nessuno debba essere insultato, emarginato o discriminato per il proprio orientamento sessuale.
Dieci anni dopo, però, il quadro è profondamente cambiato.
L’omosessualità è socialmente accettata, le unioni civili sono legge da anni, esistono tutele contro le discriminazioni e le persone LGBT sono presenti in ogni ambito della società, della cultura, dell’informazione e della politica. Eppure il Pride continua a presentarsi come una manifestazione di “resistenza”, quasi che l’Italia fosse ancora il Paese degli anni Cinquanta.
È una rappresentazione che fatica a reggere alla realtà.
Basta osservare ciò che accade ogni anno. Il Pride non è più soltanto una manifestazione organizzata da associazioni private. È diventato un evento sostenuto dalle istituzioni, patrocinato da enti pubblici, promosso da amministrazioni comunali, celebrato da grandi aziende, società sportive e media. Difficile sostenere di essere una minoranza perseguitata quando si dispone dell’appoggio dell’intero apparato culturale e comunicativo dominante.
Il paradosso è proprio questo: più il movimento acquisisce consenso e potere, più continua a presentarsi come vittima.
Nel frattempo, il Pride ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione. Non si parla più soltanto di rispetto delle persone omosessuali. Si affrontano temi come identità di genere, autodeterminazione sessuale, educazione scolastica, maternità surrogata, linguaggio inclusivo e una lunga serie di questioni che appartengono al dibattito politico e culturale contemporaneo. Temi legittimi, certamente, ma rispetto ai quali è altrettanto legittimo dissentire.
E qui emerge un secondo problema.
Chiunque esprima perplessità su alcuni aspetti dell’agenda LGBT viene spesso etichettato come omofobo, retrogrado o nemico dei diritti. Il risultato è che il Pride, nato teoricamente per promuovere inclusione, finisce talvolta per alimentare una nuova forma di esclusione: quella verso chi non condivide determinate posizioni ideologiche.
Anche il coinvolgimento sempre più massiccio delle istituzioni meriterebbe qualche riflessione.
È davvero compito di un Comune schierarsi a favore di una specifica visione antropologica e culturale? È opportuno che strutture pubbliche, finanziate da tutti i cittadini, aderiscano a manifestazioni che rappresentano soltanto una parte della società? Oppure le istituzioni dovrebbero limitarsi a garantire i diritti di tutti, senza trasformarsi in strumenti di promozione culturale di una particolare causa?
Sono domande che meritano risposta e che troppo spesso vengono liquidate come provocazioni.
Il vero segno di una società matura non è il numero delle parate che organizza, ma la capacità di convivere con idee diverse senza pretendere l’adesione obbligatoria a una narrazione dominante.
Per questo il decennale del Pride di Varese potrebbe essere l’occasione per una riflessione più profonda. Non su quanto sia necessario organizzare una nuova manifestazione ogni anno, ma su quanto sia diventato difficile esprimere una voce fuori dal coro.
Perché i diritti non si misurano dal numero di bandiere esposte in piazza. Si misurano dalla libertà di tutti di pensare, parlare e dissentire. Anche quando il dissenso riguarda il Pride stesso.










