«Non valete nulla, siete come vostro padre». Parole pronunciate da una madre ai propri figli di 9 e 12 anni. Parole alle quali, secondo quanto ricostruito nel procedimento giudiziario, si accompagnavano schiaffi, calci e altre condotte di maltrattamento.
Per quei comportamenti una donna di circa cinquant’anni è stata condannata nel Varesotto a un anno e quattro mesi di reclusione. La pena è stata sospesa, a condizione che partecipi a un percorso di recupero per autori di violenza. Ai due bambini è stato riconosciuto un risarcimento di cinquemila euro ciascuno.
Una condanna, dunque. Ma anche una domanda che non possiamo evitare: che cosa accade, concretamente, a quei bambini dopo la sentenza?
Non basta stabilire una responsabilità penale. Occorre capire se le vittime siano state messe nelle condizioni di vivere serenamente, se il rapporto con il genitore responsabile dei maltrattamenti sia stato valutato con tutte le cautele necessarie e se siano state adottate misure adeguate a prevenire nuove violenze.
Perché un corso di recupero può essere uno strumento utile. Ma non può diventare, agli occhi dell’opinione pubblica, la risposta sufficiente a una vicenda che coinvolge due minori.
La violenza non cambia natura a seconda di chi la commette
Negli ultimi anni abbiamo giustamente imparato a riconoscere e denunciare la violenza domestica, anche nelle sue forme psicologiche. Abbiamo compreso che umiliazioni, minacce e intimidazioni possono lasciare ferite profonde quanto quelle fisiche.
Eppure, quando la violenza viene esercitata da una donna, e in particolare da una madre, il dibattito pubblico appare spesso meno pronto ad affrontare il problema.
Esiste ancora una rappresentazione culturale secondo la quale la madre sarebbe, quasi per definizione, il genitore protettivo, mentre il padre dovrebbe continuamente dimostrare di essere adeguato al proprio ruolo.
È uno stereotipo che merita di essere discusso. Non perché si debba contrapporre una categoria all’altra, ma perché la violenza non ha un sesso che la renda più o meno grave.
Una madre che maltratta i figli non è meno responsabile di un padre che si comporta nello stesso modo. E un bambino che subisce violenza dalla madre non soffre meno di uno che la subisce dal padre.
Dovrebbe essere un principio elementare. Eppure sembra ancora necessario ribadirlo.
Il dramma dei padri separati, troppo spesso invisibile
C’è poi un’altra questione, che riguarda migliaia di famiglie e che troppo spesso rimane confinata alle vicende private: quella dei padri separati.
Uomini che, dopo la fine di un matrimonio o di una convivenza, si trovano ad affrontare difficoltà economiche, abitative e relazionali. Padri che devono ricostruire una quotidianità con i figli, conciliare il lavoro con tempi di frequentazione talvolta complicati e affrontare procedimenti giudiziari lunghi e costosi.
Non tutti vivono le stesse difficoltà e non ogni separazione è conflittuale. Ma sarebbe sbagliato ignorare una realtà che merita attenzione istituzionale.
Per molti padri il problema non è soltanto il mantenimento economico. È il timore di essere progressivamente marginalizzati nella vita dei figli, di diventare figure secondarie, di dover continuamente rivendicare un ruolo che dovrebbe essere riconosciuto come fondamentale.
E quando un padre denuncia comportamenti aggressivi o violenti da parte dell’ex compagna, la sua segnalazione deve essere ascoltata e verificata con la stessa serietà riservata a qualunque altra denuncia.
La credibilità di un genitore non può dipendere dal fatto che sia uomo o donna. Deve dipendere dai fatti.
È qui che il sistema della giustizia familiare è chiamato a dimostrare la propria imparzialità: nella capacità di valutare le responsabilità individuali senza automatismi, pregiudizi o presunzioni legate al genere.
Essere madre non può costituire una garanzia di impunità
Il caso del Varesotto pone un interrogativo particolarmente delicato.
Una donna viene riconosciuta responsabile di maltrattamenti nei confronti dei figli. La giustizia penale interviene e pronuncia una condanna. Ma quali conseguenze derivano da questo accertamento sul piano della responsabilità genitoriale?
Non conosciamo, allo stato, gli eventuali provvedimenti adottati dal giudice civile o minorile in questa specifica vicenda. Sarebbe quindi scorretto affermare che la donna abbia conservato l’affidamento o che i bambini continuino necessariamente a vivere con lei.
Ma proprio questa incertezza rende necessario porre una domanda più generale: quando un genitore viene condannato per aver maltrattato i figli, quali verifiche vengono compiute per accertare che quei minori siano realmente al sicuro?
La sospensione condizionale della pena non equivale a un’assoluzione. E non può essere confusa con una valutazione positiva delle capacità genitoriali.
Sono piani giuridici distinti, che devono però dialogare nell’interesse dei bambini.
Non si tratta di chiedere che ogni condanna determini automaticamente la perdita della responsabilità genitoriale. Si tratta di pretendere che ogni situazione venga esaminata con rigore, senza che la maternità costituisca una presunzione di affidabilità e senza che la paternità diventi una condizione da guardare con sospetto.
Il padre umiliato attraverso i figli
C’è un aspetto della vicenda che merita particolare attenzione.
«Non valete nulla, siete come vostro padre».
In questa frase non c’è soltanto l’umiliazione dei bambini. C’è anche il tentativo di colpire la figura paterna attraverso di loro.
Il padre viene trasformato in un termine di paragone negativo, in un’offesa. I figli vengono svalutati proprio perché gli somiglierebbero.
È una forma di aggressione psicologica particolarmente insidiosa, perché rischia di compromettere contemporaneamente l’autostima dei bambini e il loro rapporto con l’altro genitore.
Un figlio non dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la madre e il padre, né diventare il bersaglio delle ostilità maturate tra gli adulti.
La separazione di una coppia non può trasformarsi in una guerra nella quale i bambini vengono utilizzati per ferire l’ex coniuge.
E questo vale sempre, indipendentemente da chi sia il genitore responsabile.
Serve il coraggio di guardare anche dove è scomodo
Non occorre minimizzare la violenza maschile per riconoscere quella femminile. Non occorre mettere in discussione la tutela delle donne per chiedere maggiore attenzione ai padri separati.
Al contrario, una giustizia realmente equa deve saper proteggere tutte le vittime e giudicare tutti i responsabili con gli stessi criteri.
Il problema nasce quando il dibattito pubblico sembra disposto a riconoscere soltanto alcune forme di sofferenza, lasciandone altre ai margini.
È necessario parlare anche degli uomini che subiscono violenza domestica, dei padri che affrontano separazioni devastanti, dei bambini maltrattati dalle madri e delle difficoltà che possono incontrare nel chiedere aiuto.
Non per alimentare una contrapposizione tra uomini e donne. Ma per superare una visione della famiglia nella quale i ruoli sembrano contare più dei comportamenti.
La tutela dei minori deve venire prima di tutto: prima delle convenzioni sociali, prima degli stereotipi e prima di qualunque automatismo nell’affidamento.
La domanda che resta
Due bambini di 9 e 12 anni hanno subito maltrattamenti da parte della persona che avrebbe dovuto proteggerli. Una sentenza ha riconosciuto la responsabilità della madre.
È giusto che la giustizia preveda percorsi di recupero. È altrettanto giusto, però, pretendere che il recupero dell’adulto non faccia passare in secondo piano la sicurezza e il benessere dei figli.
E allora il punto non è soltanto chiedersi se un anno e quattro mesi, con pena sospesa, siano una risposta adeguata.
Il punto è domandarsi se siamo davvero pronti ad applicare lo stesso metro di giudizio a una madre e a un padre.
Perché i diritti dei bambini non possono dipendere dal sesso del genitore che li viola. E il diritto di un padre a essere riconosciuto, ascoltato e tutelato non dovrebbe essere meno importante di quello di una madre.
È questo il velo che bisogna sollevare: quello di una cultura che rischia di giudicare il ruolo prima della condotta.
La giustizia, invece, dovrebbe fare esattamente il contrario.










