Una giovane medico della continuità assistenziale finirà davanti al Tribunale di Varese per rispondere dell’accusa di omissione di atti d’ufficio in relazione a un episodio avvenuto nel pieno dell’emergenza Covid, nel dicembre del 2021.
Secondo la ricostruzione della Procura, la professionista, che all’epoca dei fatti non aveva ancora trent’anni, avrebbe negato una visita medica richiesta dal padre di una ragazza che presentava problemi di salute, invitandolo a non recarsi presso l’ambulatorio della guardia medica di un comune del Varesotto.
Da quella risposta è scaturita la denuncia del genitore, convinto di essersi trovato di fronte a un rifiuto di prestare assistenza sanitaria.
La difesa: «Non fu un rifiuto, ma l’applicazione delle regole»
Di diverso avviso la difesa della dottoressa, assistita dall’avvocato Fabio Ambrosetti.
Secondo quanto sostenuto dal legale, la giovane paziente presentava sintomi compatibili con l’infezione da Covid-19 e, proprio per questo motivo, non poteva essere visitata all’interno dell’ambulatorio della continuità assistenziale. La scelta della medico non sarebbe quindi stata un rifiuto di cura, bensì l’applicazione delle disposizioni sanitarie in vigore durante la fase più critica della pandemia.
La professionista avrebbe infatti seguito precise indicazioni emanate dall’azienda sanitaria, che vietavano l’accesso agli ambulatori ai soggetti con sintomi riconducibili al coronavirus.
«Produrremo la circolare dell’ospedale che prevedeva esattamente il comportamento adottato dalla mia assistita», ha spiegato l’avvocato Ambrosetti.
Gli atti tornano in Procura
Prima ancora di entrare nel merito della vicenda, il procedimento ha però registrato un rallentamento sul piano processuale.
Il reato contestato, infatti, non rientra nella competenza del giudice monocratico ma deve essere trattato da un collegio giudicante. Per questo motivo gli atti sono stati restituiti alla Procura, che dovrà nuovamente chiudere le indagini e decidere se chiedere il rinvio a giudizio davanti al giudice dell’udienza preliminare oppure procedere con una richiesta di archiviazione.
Il tema della prescrizione
L’accusa fa riferimento all’articolo 328 del Codice penale, che punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che rifiuta indebitamente un atto dovuto per ragioni di giustizia, sicurezza pubblica o tutela della salute.
La pena prevista arriva fino a due anni di reclusione. Un elemento che assume rilievo anche sotto il profilo della prescrizione, considerando che i fatti contestati risalgono ormai a quasi cinque anni fa.
La vicenda riporta così all’attenzione uno dei periodi più complessi dell’emergenza pandemica, quando medici e operatori sanitari erano chiamati a conciliare l’assistenza ai pazienti con protocolli straordinari e regole che, in molti casi, limitavano l’accesso diretto alle strutture sanitarie per i soggetti sospettati di essere positivi al Covid.













