“Ci fu premeditazione”: ergastolo a Davide Fontana che uccise e fece a pezzi Carol Maltesi

“Ci fu premeditazione”: ergastolo a Davide Fontana che uccise e fece a pezzi Carol Maltesi
La decisione della Corte d'Assise d'appello di Milano nel processo di secondo grado 'ter', riconoscendo la premeditazione, dopo due sentenze di Cassazione che avevano annullato con rinvio la condanna all'ergastolo proprio sul punto di quell'aggravante. Si è chiuso così il sesto processo sul caso del brutale omicidio nel 2022 della 26enne massacrata dall'ex bancario nella sua casa di Rescaldina

MILANO – Ergastolo, senza isolamento diurno, per Davide Fontana. I giudici di Milano chiamati a pronunciarsi nel terzo processo d’appello sull’aggravante della premeditazione – dopo il nuovo rinvio della Cassazione – hanno inflitto il massimo della pena riconoscendo l’aggravante, già bilanciata con le generiche riconosciute insieme alla crudeltà. Nessuna reazione dell’imputato alla lettura del verdetto da parte del giudice Enrico Manzi che presiede il collegio. Tra 60 giorni le motivazioni.


E’ l’11 gennaio del 2022 quando l’ex bancario uccide la fidanzata di 26 anni nella sua abitazione di Rescaldina (Milano) poi si libera del corpo, in precedenza fatto a pezzi. La coppia aveva deciso di girare un video hard da vendere su OnlyFans: la giovane viene colpita alla testa con un martello per 13 volte mentre è legata a un palo della lap dance, poi finita con una coltellata alla gola. L’uomo non avrebbe accettato l’imminente trasferimento della donna in provincia di Verona. Dopo l’omicidio Fontana fa a pezzi il corpo tenendo i resti nel congelatore per settimane, quindi getta i quattro sacchi di plastica da un dirupo a Paline di Borno, in provincia di Brescia.

Nel primo appello i giudici hanno riconosciuto l’omicidio aggravato dalla premeditazione (oltre che dalla crudeltà), aggravante che hanno fatto aumentare la pena dai 30 anni – decisa in primo grado dai giudici di Busto Arsizio – all’ergastolo. Premeditazione confermata nell’appello bis, aggravante rimessa in discussione dalla Cassazione per questioni tecniche legate alle motivazioni, e ora nuovamente riconosciuta dai giudici di Milano che hanno ribadito il carcere a vita. In aula, la rappresentante della pubblica accusa ha insistito sull’aggravante della premeditazione, mentre la difesa, rappresentata dall’avvocato Stefano Paloschi, ha rimarcato la necessità di “evitare una lettura emotiva che è l’esatto opposto della giustizia. Non tutti i giudizi devono terminare con l’ergastolo, bisogna tener conto anche delle attenuanti per non trasformare la giustizia in ingiustizia”. In tal senso, dalla difesa è arrivato l’appello a tener conto del comportamento del 47enne che “ha confessato e ha collaborato durante le indagini e il processo” e sta affrontando un percorso di giustizia riparativa e un “pentimento reale”.

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