MILANO – La forza dell’organizzazione mafiosa al centro dell’inchiesta Hydra non sarebbe derivata soltanto dalle risorse economiche disponibili, ma soprattutto dalla rete di rapporti costruita nel tempo sul territorio lombardo. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza del gup di Milano Emanuele Mancini, che ha ricostruito il funzionamento del sodalizio formato da esponenti riconducibili a Cosa Nostra, Camorra e ’ndrangheta.
Secondo il giudice, la struttura avrebbe creato una vera e propria “formazione autonoma” con l’obiettivo di aumentare i profitti attraverso la condivisione di interessi e una capacità di influenza definita significativa. Il cosiddetto “capitale relazionale” avrebbe consentito all’organizzazione di incidere, in alcuni casi, sulle dinamiche amministrative e sulle scelte locali.
Nelle 1.840 pagine di motivazioni vengono analizzati gli elementi che hanno portato alla condanna, lo scorso dicembre in rito abbreviato, di 62 imputati con pene fino a 16 anni di carcere e un totale superiore ai 500 anni di reclusione.
Il gup descrive un gruppo capace di inserirsi in settori imprenditoriali, istituzionali e para-istituzionali, evidenziando rapporti con ambienti economici, pubblici amministratori e operatori di comparti considerati strategici.
Tra gli elementi citati negli atti dell’indagine figurano anche conversazioni relative a rapporti tra alcuni esponenti coinvolti nell’inchiesta e rappresentanti politici. Il collaboratore di giustizia Gioacchino Amico, già vicino al clan Senese, avrebbe riferito di contatti con esponenti politici e collaboratori parlamentari. Nelle intercettazioni, inoltre, avrebbe parlato della propria conoscenza con il senatore Mario Mantovani e della possibilità di una candidatura a sindaco di Busto Garolfo.













