Per anni i brand hanno investito milioni di euro per assicurarsi la collaborazione di influencer capaci di orientare gusti, consumi e tendenze. Oggi, però, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente le regole del gioco: invece di cercare testimonial da ingaggiare, sempre più aziende scelgono di crearli direttamente al computer.
A portare alla luce questa trasformazione è un’inchiesta pubblicata dal Guardian, secondo cui numerose società stanno sperimentando l’utilizzo di influencer virtuali generati dall’intelligenza artificiale per realizzare recensioni, testimonianze e contenuti promozionali dall’aspetto sorprendentemente realistico.
Le persone che compaiono nei video e nelle immagini pubblicitarie sembrano autentiche: raccontano la loro esperienza con un’applicazione, consigliano un prodotto o illustrano i vantaggi di un servizio. In realtà, però, non esistono. Volti, espressioni, voci e movimenti sono stati creati artificialmente attraverso sofisticati modelli di generazione digitale.
Tra i casi citati figurano alcune aziende tecnologiche che avrebbero sperimentato l’impiego di testimonial virtuali nelle proprie campagne marketing. In alcuni casi le stesse società hanno confermato di aver testato questa soluzione per valutare nuove modalità di comunicazione con il pubblico.
Alla base della scelta c’è soprattutto una questione economica. Creare un influencer digitale consente infatti di ridurre drasticamente i costi legati a servizi fotografici, troupe video, modelle, modelli e professionisti del settore. Inoltre, un personaggio virtuale può essere utilizzato in qualsiasi momento, modificato in base alle esigenze del brand e adattato rapidamente a mercati e campagne differenti.
Per le aziende esiste anche un vantaggio strategico non trascurabile: il controllo totale sull’immagine del testimonial. A differenza degli influencer reali, gli avatar artificiali non sono soggetti a scandali, controversie personali o cambiamenti di opinione che potrebbero danneggiare la reputazione del marchio.
La crescita di questa pratica, tuttavia, sta alimentando un acceso dibattito sulla trasparenza. Uno dei principali interrogativi riguarda infatti il diritto dei consumatori di sapere se il volto che stanno osservando appartiene a una persona reale oppure a un personaggio creato dall’intelligenza artificiale.
Mentre nel Regno Unito non esistono ancora obblighi specifici che impongano di segnalare l’utilizzo dell’AI nelle campagne pubblicitarie, l’Unione Europea si sta muovendo in una direzione diversa. Con l’entrata in vigore dell’AI Act, alcuni contenuti generati o manipolati artificialmente, compresi i deepfake, dovranno essere chiaramente identificati per garantire maggiore trasparenza nei confronti degli utenti.
L’uso di influencer virtuali, in realtà, non rappresenta una novità assoluta. Negli ultimi anni personaggi digitali seguiti da centinaia di migliaia di follower hanno già collaborato con marchi internazionali, dimostrando come il pubblico sia spesso disposto a interagire con figure che esistono esclusivamente nel mondo virtuale.
Con il rapido miglioramento delle tecnologie generative e la continua riduzione dei costi di produzione, il fenomeno sembra destinato a crescere ulteriormente. Una prospettiva che divide gli utenti: da una parte chi vede nell’intelligenza artificiale uno strumento innovativo per il marketing, dall’altra chi teme che la diffusione di contenuti sempre più realistici possa rendere ancora più difficile distinguere tra realtà e finzione, alimentando una crescente crisi di fiducia nei confronti delle piattaforme digitali.













