Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina hanno rappresentato una straordinaria occasione di visibilità e sviluppo per tutta la Lombardia. I numeri diffusi dalla Regione parlano chiaro: nel periodo dei Giochi, dal 6 al 22 febbraio 2026, le presenze turistiche sono cresciute del 15,2% a livello regionale (ma molti capoluoghi erano geograficamente lontani, ndr).
Ma se si guarda nel dettaglio ai territori della cosiddetta “Via Olimpica”, emerge un dato che dovrebbe far riflettere Palazzo Estense.
Lecco registra un clamoroso +46,8%. Como cresce del 31,6%. Milano del 31,2%. Monza del 22,1%.
Varese si ferma al +21,8%.
Un risultato certamente positivo, ma nettamente inferiore a quello delle realtà che hanno saputo intercettare e valorizzare maggiormente il flusso generato dai Giochi. E se Milano era inevitabilmente la porta d’accesso dell’evento, Como e soprattutto Lecco hanno dimostrato come una strategia territoriale ben costruita possa trasformare un grande appuntamento sportivo in un volano economico e turistico.
La domanda, allora, è inevitabile: Varese ha davvero fatto tutto il possibile?
La risposta, guardando ai numeri, sembra essere negativa.
Per anni l’amministrazione Galimberti ha raccontato la vocazione turistica della città. Ha parlato di rilancio, di attrattività, di turismo sostenibile, di valorizzazione del territorio. Ma quando si è presentata l’occasione più importante degli ultimi decenni, quella delle Olimpiadi invernali, la città giardino non è riuscita a trasformarla in un salto di qualità paragonabile a quello registrato altrove.
Eppure le potenzialità non mancavano.
Varese dispone di laghi, piste ciclabili, sentieri, patrimonio liberty, ville storiche, un Sacro Monte patrimonio UNESCO e una posizione strategica a due passi da Malpensa. In teoria avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere una delle principali beneficiarie dell’indotto olimpico.
In pratica, invece, altri territori hanno saputo fare meglio.
E questo dovrebbe indurre a una riflessione che va oltre le percentuali.
Perché, come ha ricordato l’assessore regionale al Turismo Debora Massari, il valore di un grande evento non si misura nei giorni in cui si svolge, ma nella capacità di generare attrattività e sviluppo nel tempo.
Ed è proprio qui che emerge il limite di questi undici anni di amministrazione Galimberti.
La sensazione è che Varese continui a vivere più di rendita che di progettualità. Forte delle sue bellezze naturali e della sua posizione privilegiata, ma incapace di compiere quel salto di qualità che altri territori lombardi hanno invece realizzato.
Le Olimpiadi di Milano-Cortina erano un treno che passava una sola volta.
La Lombardia nel suo complesso lo ha preso.
Como e Lecco hanno corso.
Varese, ancora una volta, si è limitata a salire sull’ultimo vagone.
E per una città che ambisce a essere una destinazione turistica di primo piano, questo sa tanto di occasione mancata.












