Esistono forme di violenza che spesso vengono sistematicamente messe a tacere per non fare rumore. Non passano per le urla smaccate, ma si diffondono nella quotidianità dei luoghi di lavoro, rendendoli progressivamente invisibili e ostili. Le discriminazioni e il mobbing appartengono a questa categoria sociale: fenomeni spesso silenziosi, ma profondamente lesivi della dignità professionale e umana.
Il mobbing, tuttavia, raramente si manifesta come un attacco diretto. Molte volte assume la forma di dinamiche sottili e reiterate: responsabilità lasciate volutamente ambigue, comunicazioni carenti, rimproveri sproporzionati, esclusioni simboliche dai momenti di condivisione o di riconoscimento. È un deterioramento che non nasce dall’errore, ma dalla posizione che una persona occupa all’interno di equilibri informali e gerarchie non dichiarate.
Nella maggior parte dei contesti lavorativi, il problema non risiede tanto nella mancanza di regole, quanto la loro applicazione selettiva. C’è chi viene tutelato e chi diventa passo dopo passo, la vittima di un disagio organizzativo più ampio. In queste circostanze, il lavoratore non è più stimato e considerato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: una voce scomoda, un individuo non allineato, qualcuno che mette in discussione comportamenti poco chiari o semplicemente chiede chiarezza.
L’elemento più subdolo di questo fenomeno è la sua normalizzazione. Il disagio viene trasformato in una questione caratteriale, invitando chi lo subisce a “resistere”, a “non prenderla sul personale”, a dimostrarsi più forte. Ma il problema non è la sensibilità individuale: è l’ambiente che smette di essere sano. Quando l’esclusione diventa sistematica e mirata, non si è più di fronte a un episodio isolato, ma a un meccanismo.
Le ripercussioni non sono solo professionali. La prolungata esposizione a contesti denigratori può tradursi in ansia, insonnia, perdita di fiducia, fino a veri e propri stati di malessere psicologico. Eppure di tutto questo si parla ancora troppo poco. Il silenzio resta uno degli alleati principali del mobbing.
Prendere in esame il tema delle discriminazioni sul lavoro non significa creare conflitti, ma riconoscere il mondo reale. Questo indica che la dignità non è un premio, ma un presupposto. Che il rispetto non può dipendere da simpatie, equilibri interni o rapporti di forza.
Il lavoro è, di per sé, fatica e responsabilità. Non dovrebbe mai divenire umiliazione, esclusione o paura. Portare alla luce questi andamenti è un dovere collettivo, perché un clima che tollera la svalutazione sistematica non compromette solo chi la subisce, ma impoverisce l’intera comunità lavorativa.
Parlare di lavoro significa parlare di dignità. Il silenzio non è mai neutrale.
Khenish Seethiah













