Ha preso ufficialmente il via a Varese, giovedì 15 gennaio, la fase processuale per l’uccisione di Rachid Nachat, il giovane di 34 anni morto nei boschi della zona delle Cascate della Froda, nel territorio comunale di Castelveccana. L’udienza preliminare si è svolta nel pomeriggio di ieri davanti al giudice per l’udienza preliminare Marcello Buffa e si è tenuta a porte chiuse, senza la presenza del pubblico.
Il procedimento vede imputate due persone: un ex maresciallo dei carabinieri, oggi 54enne, chiamato a rispondere dell’accusa di omicidio, e un luogotenente di 56 anni, accusato di favoreggiamento e depistaggio. Entrambi hanno manifestato la volontà di accedere al rito abbreviato, una scelta che, in caso di condanna, comporterebbe la riduzione della pena di un terzo.
La richiesta non è stata tuttavia formulata in modo automatico. Le difese hanno infatti subordinato l’accesso al rito abbreviato alla possibilità di integrare il procedimento con l’audizione di alcuni testimoni ritenuti decisivi, chiedendo che il giudizio non si fondi esclusivamente sugli atti già acquisiti durante le indagini preliminari.
L’udienza ha segnato l’avvio formale del processo dopo la chiusura delle indagini. In aula si sono costituiti parte civile otto familiari della vittima, cittadino marocchino, tra cui i genitori, i fratelli e altri parenti stretti. Alla costituzione di parte civile è seguita la produzione di una mole consistente di documentazione. I legali degli imputati hanno quindi chiesto un rinvio per poter esaminare il materiale depositato e valutare la presentazione di eventuali eccezioni procedurali.
Come emerso, la richiesta di rito abbreviato resta formalmente condizionata all’ammissione delle integrazioni istruttorie sollecitate dalle difese, in particolare l’esame dei testimoni indicati.
I fatti contestati risalgono al 10 febbraio 2023. Secondo l’accusa, illustrata in aula dal pubblico ministero Pietro Bernardoni, Rachid Nachat venne ucciso durante un servizio antidroga nei boschi delle Cascate della Froda. L’allora maresciallo del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Luino, impegnato in abiti civili, avrebbe sorpreso il giovane nascosto tra la vegetazione. Dopo un tentativo di fuga lungo un pendio, il carabiniere avrebbe esploso due colpi con la pistola d’ordinanza, risultati inefficaci, per poi sparare quattro colpi con un fucile a pompa di sua proprietà. Uno dei proiettili di gomma avrebbe colpito Nachat al torace, provocandone la morte. La perizia balistica ha stimato una distanza di sparo compresa tra i sei e i nove metri.
All’ex maresciallo viene contestata anche la falsità ideologica in relazione all’annotazione di servizio trasmessa in Procura il giorno successivo ai fatti. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe dichiarato di essere stato minacciato con un’arma dalla vittima, circostanza che non ha trovato riscontro nelle indagini: non sono stati rilevati residui di sparo sulle mani del giovane né sono state rinvenute armi nel bosco.
Il luogotenente è invece accusato di favoreggiamento e depistaggio. Gli viene contestato di non aver informato tempestivamente il pubblico ministero dell’omicidio e di aver alterato lo stato dei luoghi, omettendo rilievi su alcuni bossoli e fornendo dichiarazioni considerate false o incomplete.
Al termine dell’udienza, il giudice Buffa ha disposto il rinvio alla metà di febbraio. In quella data il gup dovrà decidere sulle costituzioni di parte civile, sulle eventuali eccezioni procedurali e sull’ammissibilità del rito abbreviato alle condizioni poste dagli imputati.













