Altri guai per Agostino Abate. «Favorì l’archiviazione di un reato»
Il magistrato Agostino Abate

Altri guai per Agostino Abate. «Favorì l’archiviazione di un reato»

Nuovo procedimento disciplinare legato al caso della bancarotta di Sandro Polita

Già condannato dal Csm per il delitto di Lidia Macchi, rimasto insoluto per 29 anni finché le indagini non sono passate alla procura generale di Milano, il magistrato varesino Agostino Abate è oggetto di un nuovo procedimento disciplinare al Consiglio superiore della magistratura anche per il caso dell’imprenditore Sandro Polita, ritrovatosi sotto inchiesta per bancarotta dopo che lui stesso aveva denunciato presunte irregolarità contabili da parte dei soggetti da cui aveva acquistato una clinica.

La lettera con cui il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha esercitato l’azione disciplinare nei confronti di Abate è del gennaio 2016. La procura generale della Cassazione ha recepito la lettera e formulato un nuovo capo di imputazione nei confronti dell’ex magistrato varesino oggi giudice del dibattimento civile a Como. Contemporaneamente gli atti sono stati inviati alla procura della Repubblica di Brescia che dovrà vagliare se a carico dell’ex pm varesino vi siano profili di responsabilità penale. Il Consiglio superiore della magistratura sarebbe in attesa, con un capo di incolpazione già depositato, della decisione dei magistrati bresciani onde evitare di assumere eventuali posizioni conflittuali.

Una nuova spada di Damocle, dunque, sul capo di un magistrato già condannato dal Csm alla perdita di quattro mesi di anzianità per “inerzia” nel caso dell’omicidio Macchi che, stando al Csm avrebbe «colposamente favorito l’omicida della giovane». Per il ministro della Giustizia, Abate ha «omesso la tempestiva iscrizione nel registro degli indagati, con l’indicazione delle persone a cui il reato è attribuito disponendo di fatto l’archiviazione di una notizia di reato», sottraendola al controllo del giudice. Notizia di reato relativa a «un’informativa dell’Agenzia delle Entrate a carico della famiglia Riva», vecchi proprietari de “La Quiete”, «per reati fiscali, con sottrazione all’erario di un carico fiscale di 918mila euro». In più, «ometteva senza giustificato motivo di svolgere gli accertamenti disposti dal gip» sulla vicenda dell’Hotel Capolago, un altro filone della denuncia di Sandro Polita, imprenditore varesino coinvolto in un maxi fallimento entro il quale ricadono sia l’hotel di Capolago che La Quiete, fallimento sfociato in un processo poi annullato per “gravissime violazioni del diritto alla difesa” dai giudici varesini, su cui Abate aveva chiesto invece l’archiviazione.

Nel frattempo è andata avanti, spinta dalla magistratura milanese alla quale Polita si era rivolto in prima battuta, l’indagine relativa alle presunte mazzette versate dall’imprenditore varesino all’ex senatore di An Antonio Tomassini e all’ex direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina. Polita aveva denunciato anche ad Abate la sua versione dei fatti. Dichiarando di aver versato emolumenti e di aver fatto favori a Tomassini e Luchina per ottenere i permessi della realizzazione dell’hotel Capolago nel caso di Tomassini, hotel realizzato nel 2008 in occasione dei Mondiali di Cislismo svoltisi a Varese e realizzato con procure speciali in una zona idrogeologica particolare e vincolata (l’hotel fu costruito in tempi record). E per ottenere l’accreditamento regionale dei posti letto de La Quiete nel caso di Lucchina.

Tomassini e Lucchina hanno respinto ogni accusa. La procura milanese ha però chiuso le indagini e sia l’ex senatore An che l’ex direttore generale della sanità lombarda compariranno il prossimo 24 novembre in sede di udienza preliminare davanti ai giudici milanese.

L’ipotesi accusatoria è di aver indotto l’imprenditore varesino al pagamento di dazioni per ottenere i permessi richiesti. La mazzetta non fu chiesta esplicitamente, per la procura di Milano, ma stando ai pm era chiaro all’imprenditore di dover pagare per ottenere quanto voluto.


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