«Basta divisioni»
72esimo anniversario della Liberazione (Foto by Varese Press)

«Basta divisioni»

La vicenda di don Vittorione, esempio di grande umanità in quegli anni di orrore

Nel corso delle celebrazioni a Palazzo Estense, hanno suscitato grande interesse gli interventi di Angelo Monti, membro dell’Associazione “Amici di don Vittorione”, che ha tracciato l’esperienza durante la guerra di Vittorio Pastori, e la lunga orazione storica di Antonio Orecchia, docente di storia contemporanea all’Università dell’Insubria.

Angelo Monti ha raccontato come Vittorio Pastori, prima di diventare il celebre don Vittorione, impegnato come missionario nei suoi innumerevoli viaggi in Africa, specialmente in Uganda, fu anche, negli anni tragici della Repubblica Sociale Italiana, protagonista della Resistenza nel nostro territorio. Membro dell’O.S.C.A.R., l’Organizzazione Scout di Collocamento ed Assistenza ai Ricercati, dedita all’espatrio in Svizzera di ebrei e dissidenti antifascisti, creata dopo l’armistizio dalle Aquile Randagie, il più famoso movimento scout clandestino nato e vissuto durante il Ventennio, Pastori si prodigò a rischio della vita per permettere la fuga dei ricercati, operando in particolare nelle valli del Luinese, dove ebbe contatti coi combattenti del San Martino.

Nella primavera del ’44 si rifugiò nella Cascina Baggiolina presso Voldomino, passaggio fondamentale verso la Svizzera e punto di riferimento della “banda” Lazzarini, costituita da una trentina di elementi tra soldati renitenti alla leva e antifascisti locali, che aveva contatti con le organizzazioni clandestine cattoliche e con il C.L.N. di Milano e di Varese.

Nell’agosto del ’44, in previsione di un imminente rastrellamento, Vittorio, con alcuni membri della “banda”, fu protagonista di una rocambolesca fuga in Svizzera, attraversando a nuoto il fiume Tresa e rifugiandosi in terra elvetica fino alla fine del conflitto. Tornato a Varese dopo la Liberazione, fu attivo nell’OPA, Opera Pontificia Assistenza, impegnandosi dal settembre del ’45 al luglio del ’46 a favore dei suoi coetanei detenuti, perché arruolatisi nella milizia della Rsi, nella Colonia Magnaghi al Campo dei Fiori.

Il professor Antonio Orecchia ha invece pronunciato un lungo e sentito discorso che ha tracciato in sintesi gli avvenimenti intercorsi tra l’armistizio dell’8 settembre e il 25 Aprile, il terribile periodo della “Guerra Civile”, affrontando temi non facili e molto attuali, come quello della memoria condivisa. In particolare ha ricordato, sulla scorta del più famoso e discusso biografo del Duce, Renzo De Felice, come la costituzione della Rsi, entità fantoccio voluta dai nazisti e accettata da Mussolini, fu la causa primaria e scatenante della guerra civile, creando odio e fratture laceranti nel corpo della società.

Orecchia, se da un lato ha rimarcato la grande difficoltà di raggiungere una memoria condivisa, dall’altro non esclude la necessità di pacificazione, che non può prescindere da «un’umana pietà» per tutte le vittime della guerra.

Per il professore questo non può però annullare la distanza tra le ragioni morali delle due parti in lotta: se non si possono infatti nascondere le motivazioni ideali di molti giovani che, imbevuti da una soffocante propaganda, aderirono alla RSI credendo di difendere l’onore dell’Italia, la storia deve giudicare il progetto complessivo per cui si combatteva, e non la moralità dei singoli.

«L’umanità, la libertà e il diritto si contrapponevano alla schiavitù e all’abuso - ha concluso Orecchia - dalla guerra di Liberazione, dalla Resistenza e dalle sue diverse anime nacque una nuova classe dirigente che ha contribuito a costruire una nuova Italia e nuova Europa, garantendo al continente, per la prima volta nella sua storia millenaria, un periodo di pace lungo settant’anni».


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