Con Abate se ne va un pezzo di storia
Il dottor Agostino Abate (Foto by Archivio)

Con Abate se ne va un pezzo di storia

Il pm trasferito dopo 31 anni di servizio in città al tribunale di Como con provvedimento cautelare. Indagò sull’omicidio di Lidia Macchi e sull’ex sindaco Fumagalli passando per Tangentopoli e mafia

Trasferito a Como con provvedimento cautelare e temporaneo il pubblico ministero Agostino Abate: in 31 anni di servizio ha scritto la storia della giudiziaria a Varese. Dall’omicidio di Lidia Macchi, a Tangentopoli, attraverso il processo Isola Felice sulle infiltrazioni mafiose sul territorio, sino alle inchieste sulla Lega Nord e a quella querela contro Umberto Bossi che vide l’allora leader del Carroccio versare un risarcimento da 400 milioni di lire per la frase «gli raddrizzo la schiena», pronunciata per definire un magistrato che ha fatto delle ferite lasciate dalla polio uno sprone per diventare grande. Un provvedimento temporaneo, si diceva, in quanto cautelare: Abate avrà infatti dieci giorni per presentare ricorso e il Csm sei mesi per decidere se accogliere la linea difensiva del pm e riportarlo a Varese oppure destinarlo ad altra sede in via definitiva.

Il capo di incolpazione

Non si tratta, dunque, di un provvedimento definitivo, di un disciplinare senza appello. Del capo di incolpazione composto dal Csm poco trapela: si parla di inerzia nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi, che il pm Abate avrebbe lasciato aperto, senza chiedere archiviazioni o proroghe di indagine, di un contrasto con una collega in seno alla procura di Varese, di un’intemperanza nei confronti del procuratore di Varese Daniela Borgonovo e di una diatriba sulle ferie non evase. C’è un passaggio, relativo a un procedimento datato 2010, nel quale il Csm ravvisa nel mancato confronto con l’avvocato difensore della parte un motivo di adombramento della pubblica fede nei confronti dell’ufficio della procura della Repubblica di Varese. Nessun cenno si farebbe in seno al capo di incolpazione in relazione al controverso caso relativo alla morte di Giuseppe Uva, attualmente oggetto di processo, e non citato nel capo di incolpazione notificato ieri al pubblico ministero Daniela Borgonovo.

«Difeso la mia autonomia»

Il pubblico ministero, in una nota, ha commentato: «Nella mia quotidiana attività ho sempre difeso la più totale autonomia ed indipendenza di giudizio, considerando ogni parte processuale pari a chiunque altra». E ancora: «Nessuna parte lesa ha goduto di privilegi, nessuna persona indagata ha potuto condizionare le mie decisioni. Mio dovere era ed è di resistere alle ripetute ingerenze, anche estranee e mediatiche, incurante delle straordinarie pressioni di ogni tipo subite negli ultimi anni». Abate è estremamente netto: «Non ho permesso che condizionassero le decisioni nelle indagini e mi sono opposto alle improprie richieste di quelle parti processuali che pretendono di scegliersi il pubblico ministero istruttore del procedimento che li riguarda. Se conseguenza possibile era di vivere l’attuale situazione, era mio dovere affrontare anche questo rischio, come quelli di ogni altro tipo affrontati negli oltre trent’anni passati, pur di non venir meno ai principi da sempre seguiti». E ancora il pubblico ministero, probabilmente aspettandosi commenti di “merito” aggiunge: «Non replicherò pubblicamente alle eventuali speculazioni di chi considererà la mia assenza provvisoria dalla sede quale impropria vittoria personale, ciò per il dovere di riservatezza che mi impedisce al momento di citare fatti ed atti processuali».

La querelle con Bossi

Quella di Agostino Abate è una storia giudiziaria lunga più di 31 anni: era il 1984 quando entrava in servizio alla procura della Repubblica di Varese, che si intreccia con le principali indagini giudiziarie del territorio. Dall’omicidio di Lidia Macchi, la scout trovata cadavere il 7 gennaio 1987 nei boschi di Cittiglio. L’allora giovane magistrato contattò perfino Scotland Yard, sola forza di polizia all’epoca in grado di eseguire un’analisi, seppur rudimentale del Dna. È stato il pm che iniziò la tangentopoli varesina, con decine di arresti tra i politici dell’allora pentapartito. Fu protagonista di una clamorosa polemica con Umberto Bossi, fu anche il pm che indagò sul sindaco leghista Aldo Fumagalli, dimissionario a seguito di quella inchiesta nel 2004. È stato applicato diversi anni alla Dda antimafia e sostenne l’accusa contro le cosche calabresi del Varesotto in due maxiprocessi.


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