Intervento fatale per una paziente. In aula due medici del Varesotto

Intervento fatale per una paziente. In aula due medici del Varesotto

Due medici coniugi in tribunale per un decesso dopo un’operazione di dimagrimento

CISLAGO - Coppia di medici imputati a Monza per la morte di una paziente, Franca Bertoli di 61 anni di Bresso, deceduta nel 2011 in seguito a un intervento chirurgico di dimagrimento. Una vicenda drammatica per la quale stanno rispondendo in aula davanti al giudice i due medici coniugi di Mozzate, la moglie classe 56, il marito originario di Cislago, classe 49 oltre all’anestesista monzese, che è però nella faccenda una figura molto più marginale.

L’intervento avvenne in una struttura sanitaria di Sesto San Giovanni, la Multimedica. Secondo la Procura, la dottoressa «durante l’estrazione del pallone endogastrico avrebbe provocato la lacerazione dell’esofago della paziente»; il medico, inoltre avrebbe omesso di effettuare un «esofagoscopia che avrebbe permesso di riconoscere la lesione e di porvi rimedio». La paziente finì in coma e morì. Ieri mattina hanno riferito in aula i due medici imputati: «Quando il pallone viene estratto – racconta la donna – non c’è alcuna traccia di sangue. Non c’era alcun segno che potesse far pensare a lesioni interne. Dopo l’intervento sono passata e ho visto che la signora stava bene. Lamentava solo un dolore al fianco nella parte lombare, del tutto normale per una persona obesa. La mattina dopo un’operatrice mi informa che la signora era andata in arresto. Per me un fatto del tutto inspiegabile. Abbiamo accertato che il palloncino era in sede. Non c’era stato sangue e i parametri erano normali. La signora inoltre non aveva avuto dolori particolari. Dopo l’intervento tutto era nella norma».

Sul banco degli imputati è finito anche il marito che secondo le carte processuali «avrebbe ritardato ingiustificatamente l’intervento di cervicostomia, esofagectomia e digiunostomia adottando inappropriatamente per l’intervento al torace la tecnica laparoscopica con accesso addominale».

Anche il medico ha risposto in aula responsabilizzando l’anestesista: «Sui palloncini non c’era traccia di sangue – ha spiegato – vuol dire che il palloncino non è stato la causa della rottura, ma vuol dire che la rottura è avvenuta nello sforzo di vomito. In quel momento la paziente non poteva essere operata: la tempistica è tutto. Chi è intervenuto la mattina non ha riconosciuto il pneurotorace iperteso».

Secondo la difesa la mattina della crisi, l’anestesista avrebbe dovuto drenare anziché, come è stato fatto, intubare la paziente. L’’anestesista, però, è stata scagionata dal perito di parte civile.


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