«Rispetto per quei morti ma non paura  Io non me ne vado, il terrore non vincerà»
L’ex assessore varesino Enrico Ottolini

«Rispetto per quei morti ma non paura

Io non me ne vado, il terrore non vincerà»

Enrico Ottolini, ex assessore a Varese, vive e lavora dal 2012 in Tunisia, a 80 chilometri dalla spiaggia maledetta. «Ai tempi delle Br si scelse la fermezza e fu giusto. E dico grazie ai turisti che hanno scelto di rimanere»

Due orribili attentati in cento giorni. Prima il museo del Bardo (22 morti, tra cui quattro italiani), ora la spiaggia di Sousse (38 vittime): la barbarie dell’estremismo islamista colpisce al cuore la Tunisia, culla della Primavera araba. Nella capitale dello stato nordafricano vive dal 2012 l’ex assessore varesino della giunta Fumagalli Enrico Ottolini, stabilitosi a Tunisi per portare avanti - in qualità di esperto networking - un programma dell’Unione Europea finalizzato a sviluppare ricerca e innovazione in quelle aree.
«Tunisi e Sousse sono divise da un’ottantina di chilometri – fa sapere Ottolini, che è suocero del nostro Francesco Caielli – Ma poi il mio lavoro mi porta a spostarmi in tutte le più importanti realtà tunisine, sia nella zona costiera che in quella interna».

Qual è stata la sua prima reazione alla notizia della strage di Sousse?

Ho provato una tristezza profonda. Non solo io, ovviamente, ma tutti i miei colleghi. Non è un caso se oggi, nonostante sia domenica, io abbia deciso di rimanere a casa, invece di uscire a svagarmi o andare a fare un bagno al mare. Mi sembra giusto stare a casa per rispetto verso le vittime.


Solo rispetto? O anche paura?

Solo rispetto, mi creda. Preoccupazione no, nel modo più assoluto. Si figuri: il mio dirimpettaio, un italiano che vive qui da vent’anni perché ha sposato una donna tunisina, oggi va con la moglie proprio sulla spiaggia di Sousse, a poche centinaia di metri dal luogo della strage.

Una bella prova di coraggio.

Lei trova? A me sorprende di più che molta gente stia lasciando la Tunisia in fretta e furia. Che ministri e tour operator sconsiglino di venire qui. Questo sì che mi stupisce. È come se i turisti smettessero di andare in Francia dopo l’attentato a Charlie Hebdo. O come se nessuno entrasse più in un tribunale italiano perché qualche mese fa c’è stata una sparatoria nel palazzo di giustizia di Milano.

Non è comprensibile che oggi ci sia paura?

Sì, ma sono reazioni insensate. Se io dovessi dire qual è il posto oggi più sicuro al mondo, indicherei proprio Sousse. Se c’è una zona presidiata e ben controllata, è proprio quella. Certo, capisco lo choc, il turbamento istintivo, ma dal punto di vista della sicurezza non credo esista oggi un luogo meno pericoloso. Ma poi c’è un altro importante motivo per cui non bisogna abbandonare la Tunisia.

Quale?


Con questi attentati, i terroristi perseguono l’obiettivo di mettere in crisi il turismo, e quindi l’economia tunisina. Il loro scopo è quello di creare profondo disagio sociale nella nazione, per poi fomentare le loro attività sovversive. Stando così le cose, noi abbiamo davanti due possibilità.


Scappare o rimanere.

Esattamente. O tutti noi ci chiamiamo fuori, e quindi io domani mattina prendo il primo aereo e torno a Varese, oppure dimostriamo che vogliamo vivere in un mondo libero e non ci facciamo intimidire. Io credo nella seconda alternativa. Quelli della mia età ricorderanno che ai tempi delle Brigate Rosse si scelse la via della fermezza: fu una scelta vincente quella di non farsi intimorire dai terroristi. Perciò io ho molto apprezzato l’atteggiamento di quei turisti che non sono scappati dalla Tunisia, ma hanno deciso di rimanere. Non possiamo lasciare soli i tunisini proprio adesso.

L’intervista completa su La Provincia di Varese in edicola lunedì 29 giugno 2015.


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