Fondi e credito solo ai più “grandi”. L’allarme delle piccole imprese

Fondi e credito solo ai più “grandi”. L’allarme delle piccole imprese

I dati di Confartigianato dimostrano come calino i prestiti alle piccole aziende

Quando manca il credito c’è il «rischio stagnazione di economia e lavoro» sottolinea Confartigianato Imprese Varese, che sul territorio rileva una tendenza che preoccupa le piccole imprese: «I flussi dei finanziamenti finiscono perlopiù ai “big”. Con conseguente rallentamento della ripresa e dell’occupazione». È una tendenza in chiaroscuro, e ancora lontana dalle dinamiche indispensabili a stabilizzare i segnali di rilancio, quella che emerge dal Centro Studi di Confartigianato su dati Banca d’Italia, almeno per quanto riguarda le aziende di piccole o piccolissime dimensioni. Secondo l’analisi mentre il quarto trimestre del 2016 ha registrato un aumento del 4,27% sul capitolo investimenti, la domanda di credito, sempre alla voce investimenti, risulta in stagnazione da almeno dodici mesi. E il primo trimestre di quest’anno si è addirittura chiuso con il segno meno.

«Più nel dettaglio – chiarisce Mauro Colombo, direttore di Confartigianato Imprese Varese - i dati disponibili per la classe dimensionale d’impresa relativi a febbraio 2017 indicano che i prestiti alle imprese medio-grandi (sopra i 250 dipendenti) crescono dello 0,4% mentre persiste la flessione sia per le imprese di minori dimensioni con meno di 20 dipendenti (-1,6%) sia per quelle sotto i 5 addetti (-0,6%)». Un segnale tutt’altro che confortante, sul quale pesano le rilevazioni negative dei settori costruzioni (-5,5%) e del manifatturiero (-0,7%). Meglio i servizi (+2,4%). «Alla luce di questi dati, è inevitabile chiedersi come le imprese riescano a sostenere gli investimenti – prosegue Colombo – La risposta è evidente: meno credito, più risorse interne (autofinanziamento e capitale proprio)». Ci troviamo così di fronte ad un’economia con il fiato corto: «La contrazione del credito bancario colpisce negativamente le micro e piccole imprese, spingendole su forme alternative di finanziamento, se esistenti e possibili o addirittura facendole desistere tout court, con conseguente azzeramento delle opportunità di crescita, effetti negativi sulla redistribuzione delle risorse e relativa sofferenza dei livelli occupazionali».

Per le imprese artigiane il calo dei prestiti persiste dal giungo 2012 ma, in un solo anno, ha perso un preoccupante 5,9% (pari a 2,7 miliardi di euro). In cinque anni, infine, i prestiti al settore si sono ridotti di un quarto (-24,3%), per un totale di 13,5 miliardi di euro. Un calo doppio rispetto a quello registrato in tutte le altre imprese.

«Una possibile spiegazione - prosegue Colombo - è data dalla minore “appetibilità” che il mercato della micro impresa riveste oggi per il sistema bancario. Da una parte assistiamo, infatti, a una diversa selettività del merito di credito imposta dalla Vigilanza bancaria che impone anche alle Pmi di “attrezzarsi” con strumenti di panificazione e controllo. Dall’altra, però, non possiamo che evidenziare come una minore remunerazione dei prestiti bancari per effetto dell’abbattimento dei tassi di intesse renda le piccole imprese forse commercialmente meno attrattive per il sistema bancario».

Resta la presa d’atto: «Quale che siano le cause, gli effetti di questa contrazione dei prestiti, in un momento in cui la debole crescita dell’economia italiana avrebbe bisogno di essere sostenuta, li subiamo tutti».


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