La MelaMania: «Sono stati i primi  a vedere nel futuro»
Oggi la Apple, con l’iPhone 5S, ha il record di smartphone più venduto al mondo. Dal primo aprile 1976 al 3 gennaio 1977 il nome dell’azienda era Apple Computer Companyarchivio

La MelaMania: «Sono stati i primi

a vedere nel futuro»

Quarant’anni dopo - L’azienda di Cupertino è nata in uno scantinato e ha conquistato il mondo

«In Apple ci siamo stati. Un’azienda che ha trascinato l’innovazione». Parola di padre e figlio, ormai di casa nella Silicon Valley: Marco Astuti, imprenditore e docente Liuc, e Samuele Astuti, che oltre a fare il sindaco di Malnate è coordinatore dei centri Liuc LabId e Maker Bot Innovation Center. Come tutti i veri “smanettoni” non sono “Apple-addicted”, ma la soglia della sede di Cupertino l’hanno varcata varie volte, nelle tante missioni in Silicon Valley.

I veri pionieri

«Dal ’76 ci vado praticamente una volta all’anno per motivi imprenditoriali e accademici - rivela Marco Astuti, in Apple già agli albori del mito della “mela morsicata” - ammetto che all’inizio però noi “cariatidi” dell’informatica eravamo più interessati ad altre aziende, come Ibm, Hewlett Packard e Digital, più che ad Apple. Non credevamo al mondo dei personal computer, pensavamo fossero giocattoli, tanto che la stessa Ibm pianificava di vendere tre, quattro, cinque macchine in tutto il mondo». Invece poi nel percorso evolutivo, ammette Astuti Sr., «Apple è stata l’interprete principale, all’inizio più di Microsoft, che poi ha vissuto l’esplosione del fenomeno. Ma le grandi innovazioni le ha fatte Apple, sempre all’avanguardia nonostante abbia sempre dovuto fare i conti con personaggi particolari al vertice, Steve Wozniak prima ancora che Steve Jobs. Per capire il fenomeno Apple consiglio a tutti la biografia di Jobs scritta da Walter Isaacson». «A mio papà gliel’ho regalata io» interviene Samuele Astuti, che in Silicon Valley c’è stato cinque volte. «La prima all’età di 15 anni - racconta - ormai Apple è una multinazionale come tante altre, molto strutturata e organizzata, per certi versi canonica, mentre allora viveva sullo spirito di autoimprenditorialità. Jobs ha fatto grandi cose, ma sono più le volte che non l’ha azzeccata buttando miliardi di investimenti». C’è molto di mitologia, ma il ruolo che Apple è stato decisivo. «Ormai è un simbolo - spiega Samuele Astuti - ma ha trainato l’innovazione, perché alcune grandi novità tecnologiche ormai diffusissime, come ad esempio il touch screen, la geolocalizzazione e il riconoscimento vocale, sono state introdotte grazie al trasferimento di tecnologia che Apple ha fatto spostando ai settori “consumer” alcuni investimenti fatti dalle grandi agenzie governative pubbliche in particolare per il settore militare».

Tutto è cambiato

Oltre all’iconografia, c’è anche sostanza. Anche se, aggiunge Marco Astuti, «rispetto all’idea romantica della Silicon Valley che molti hanno, si lavorava e si lavora molto duro, a partire dai grandi leader. È quello che faccio notare ai giovani startupper che accompagno tuttora da Apple e dalle altre grandi compagnie della Silicon Valley. Lo stile di sacrificio che si respira. Apple in particolare è stata una grande scuola, perché tanti che sono usciti da un’azienda in cui non era facile andare a genio ai leader hanno costituito la classe di manager e di tecnologhi che poi sono andati a lavorare in altre grandi aziende portando il loro contributo». Eppure molto è cambiato in quarant’anni. «Rispetto ai tempi delle brandine per dormire in ufficio, oggi è meno presente un atteggiamento di devozione completa al lavoro, soprattutto nelle aziende affermate come Apple, mentre lo si ritrova nelle parecchie decine di migliaia di startup della Silicon Valley». La nuova frontiera è qui, in questi giovani che scommettono tutto. «Non lo ammetteranno mai, ma le grandi aziende, come Apple ma anche Facebook, hanno praticamente smesso di fare ricerca e sviluppo - sottolinea il professor Astuti - mentre in passato facevano i loro piani e poi andavano dalle startup a cercare quel che serviva per portarli a compimento, oggi l’approccio si è ribaltato. Vanno ad ascoltare le startup e da lì decidono le strategie di sviluppo».


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