«Leader donna, oggi è possibile»
L’esperta di leadership al femminile, Cristina Bombelli

«Leader donna, oggi è possibile»

L’intervista - Cristina Bombelli, fondatrice e presidentessa di Wise Growth, società di consulenza e formazione

VARESE - Diventare leader rimanendo donne è possibile. Lo sa bene la dottoressa Cristina Bombelli, fondatrice e presidentessa di Wise Growth, da sempre impegnata nella formazione al femminile. È stata professore presso l’Università di Milano Bicocca e per anni docente della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi, dove ha fondato il laboratorio Armonia, un centro di ricerca sul diversity management sostenuto da un network di imprese. Ha anche pubblicato numerosi libri tra i quali “Alice in business land, diventare leader rimanendo donne”.

Dottoressa, qual è oggi il rapporto tra donne e lavoro?

Registriamo ancora una grandissima difficoltà da parte delle donne ad accedere a molte posizioni di potere. È chiaro che la situazione è diversa rispetto a un tempo, ad esempio oggi c’è una donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Nonostante questo, ancora sono molti gli ostacoli che si frappongono alle donne nelle posizioni di potere.

Quali sono gli aspetti preponderanti?

Ci sono tre aspetti fondamentali. Prima di tutto la cultura: facciamo molta fatica a vedere una donna leader. Il fatto che alcune donne arrivino al vertice delle compagini più private, costituisce un modello di ruolo e un po’ per volta ci abituiamo a vedere le donne nei posti di potere. Detto questo, però, ancora oggi è molto difficile. La cultura organizzativa tende a privilegiare gli uomini perché in qualche modo ci danno più sicurezza. Siamo abituati a vedere leader interpretati dall’uomo.

Il secondo aspetto è forse il più delicato.

Il secondo aspetto è quello della conciliazione. Marissa Mayer (amministratore delegato di Yahoo) l’altro giorno ha detto che lavora 130 ore alla settimana: è un modello decisamente negativo. L’idea che per fare carriera bisogna lavorare tante ore è folle, non solo perché non si riesce ad avere figli, ma anche per se stessi. Dormire quattro ore per notte non è fisiologicamente sopportabile dal fisico umano. A completamento di questo aspetto ce n’è uno legato al tempo. Uomini e donne hanno compiti diversi all’interno della famiglia, ma non solo per il lavoro di cura, soprattutto per il lavoro di casa. C’è ancora disparità, anche se è in atto un cambiamento. Molto interessante è vedere che i nuovi padri esistono davvero e hanno un interesse forte nei confronti dei figli e questo comincia a far condividere il tema del bilanciamento vita professionale e vita famigliare. Qualche buona notizia c’è, ma il lavoro di cura è molto impegnativo.

C’è qualche consiglio, sotto questo aspetto, che si può dare alle giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro?

Senz’altro di non avere fretta nella carriera. Vedo tante giovani donne che dicono prima faccio carriera e poi penso alla famiglia, posticipando una gravidanza. Purtroppo è aumentata l’aspettativa di vita ma non la fertilità e noi dobbiamo lavorare fino a 67 anni. Bisogna parametrare la propria vita sul lungo periodo, non avere fretta nella carriera e mettersi in testa che un figlio o due non sono un dramma. È più una paura che una realtà. Non bisogna avere ansia ma rendere le cose più naturali.

Il terzo aspetto, invece, è collegato a tematiche intrinseche al femminile.

Quello che ho rilevato in questi anni di studio è che spesso le donne hanno una difficoltà ad auto valutarsi e quindi a proporsi nel mercato del lavoro in maniera più solida e attiva. E poi hanno ritrosia a buttarsi quando ci sono delle autocandidature. È un tema femminile che purtroppo, se guardiamo agli altri due aspetti della cultura e bilanciamento, favorisce poi l’esclusione delle donne. Le giovani sono diverse, sono più aggressive, ma c’è molto da fare.

Questi sono temi che le grandi aziende trattano da tempo, ma le piccole e medie ignorano.

Infatti. Ci sono corsi di empowerment per aiutare le donne a farsi più attive e farsi avanti, come quelli organizzati da Microsoft o alcune banche, che hanno compreso l’importanza di sostenere e spingere le donne.

Tra questi tre aspetti quello che pesa di più nell’affermazione delle donne?

La cultura. Si vede anche nelle piccole cose e maggiormente nelle piccole aziende. Una nota positiva è che nella classica impresa familiare, mentre una volta la donna non era concepita all’interno del management, ormai da diversi anni anche le figure femminili sono all’interno della successione manageriale.

Si sente spesso parlare di “quota rosa”, ma questo termine non a tutte piace.

A nessuno piace essere scelto per il genere o il colore della pelle, piuttosto che per la competenza. Il tema delle quote rosa irrita per questo motivo: perché ciascuno di noi vuole essere messo in una determinata posizione perché competente e capace. Detto questo bisogna anche capire che all’interno di una cultura come quella che descrivevamo sopra, a volte le quote sono una spallata. Chiaro che il ricorso alle quote rosa deve essere il minore possibile.


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