Con Bryan Adams si salta e si fanno video-selfie. Maledetta sia quella carta d’identita bugiarda

Con Bryan Adams si salta e si fanno video-selfie. Maledetta sia quella carta d’identita bugiarda

Il rocker canadese ha fatto tappa a Bolzano con il suo Get Up Tour. E si è divertito come un ragazzino

Una linguaccia, gli occhi incrociati, una smorfia. E persino un bacino. La gigantografia della copertina del suo ultimo album con il suo viso tenuto, anzi, trattenuto tra le mani di una donna e sparata in grande sullo schermo si muove, si contorce, non sta ferma. Mancano dieci minuti prima che salga sul palco, ma Bryan Adams proprio non ce la fa a resistere. Ha troppa voglia di uscire, di scatenarsi, di divertire e divertirsi con la sua musica. Come fa da oltre quarant’anni.

Quello andato in scena di fronte al pubblico di Bolzano è stato un countdown digitale scandito dall’irriverenza incontenibile di un giovane adulto, la stessa con cui il canadese Bryan ha stupito e allo stesso tempo confermato, fatto tremare, piangere, saltellare, sgomitare (solo per farsi spazio per ballare) un’intera città. In un Palasport che più che un palazzetto sembrava la palestra di una scuola (che non suoni come una critica: questi artisti in questi luoghi “intimi” regalano ricordi più indelebili di altri) Bryan Adams giovedì scorso non è salito sul palco da “maestro adulto”. Bryan Adams si è sparato sei date in sette giorni solo in Italia (oltre all’Europa) perché fondamentalmente è (ancora) un ragazzino che non resiste al richiamo della chitarra, dello show, del divertimento, della magia che solo il sorriso di migliaia di fan può regalare.

Il ping pong

E questa passione è la stessa che si è vista nelle due ore di live a Bolzano, in un ping pong tra passato e presente al ritmo dei suoi successi. Il primo colpo arriva con “Do What Ya Gotta Do”, rock con un gusto un po’ anni 80 dell’ultimo album “Get Up”, risponde “Can’t Stop This Thing We Started”, rockettata direttamente dal 1991, ri-risponde “Don’t Even Try”, new song più scanzonata, chiude il punto della prima mezz’ora di fuoco “Run To You”, adrenalinico brano d’autore. Il tocco delicato del menestrello dell’amore arriva con “Heaven”. Ma il canadese non fa in tempo a mettere le dita sulla chitarra e ad avvicinarsi al microfono che il Palasport gli ruba la parola: “Oh thinkin’ about all our younger years…”.

Bryan è un cantore dell’amore, da quello epico e romantico a quello più vivace e rock. Come in “It’s Only Love”, hit incisa per e con Tina Turner. No, sfortunatamente la leggenda non c’è, però al suo posto c’è Keith Scott, lo storico chitarrista di Bryan Adams e attore (non) protagonista della serata. È lui, il “maestro” come lo definisce lo stesso Adams, a prendersi la scena: anche Scott salta, urla, fa girare la chitarra attorno al collo sui suoi assoli. Bryan ha fatto abbeverare anche lui alla fontanella dell’eterna giovinezza.

Una fontana con l’elisir

Ma gli anni passano e il timore di vedere sul palco grandi artisti rincorrere quella giovinezza scimmiottando i più giovani, bisogna dirlo, c’è sempre. E c’era anche per Bryan Adams. Ecco, togliamo quest’ultima frase. Perché la storia del rocker canadese parla di un eterno giovane innamorato nel modo più bello, semplice, naturale e spontaneo possibile di quello che fa.

E il suo live, il suo entusiasmo traboccante, la sua voglia di salire sul palco sì per suonare ma soprattutto per passare una bella serata tra amici – e musica di altissima qualità – l’hanno confermato ancora di più.

In questa formula, quindi, trovano spazio quasi tutte le sue canzoni, inscalfibili passeggere del tempo, e la sua voglia di “fare il giovane”. Così va letto il suo grido “muoviamo il culo!” con cui introduce “You Belong To Me”, tra gli applausi della gente. Che poi, più che a quella, l’etichetta “shake your ass” ben si appiccica al brano successivo. Due strimpellate e l’intero Palasport canta - ancora - e balla l’esplosiva “Summer of ’69”. Ed è il delirio, sotto il palco e anche sopra, con Bryan e Keith che corrono da una parte all’altra scambiandosi il cinque alto, come ragazzini.

Si passa attraverso il momento acustico di “When You’re Gone”, nata come duetto con Mel C, e “Here I Am”, soundtrack del cartone Spirit – Cavallo Selvaggio. Un legame, quello tra il canadese e il grande schermo, che trova il suo culmine con La canzone di Bryan Adams. Chitarra, piano e voce per far risuonare la dolce e possente “Everything I Do (I Do It For You)”. Mitica colonna sonora dell’indimenticabile Robin Hood – Principe dei Ladri con Kevin Costner. Capolavoro candidato all’Oscar. Poesia che ha fatto innamorare il mondo, grandi e bambini, fuorilegge e principesse.

I clic di Instagram

Dall’elettrico medley tra “The Only Thing That Looks Good On Me Is You” e “Cuts Like a Knife” si arriva all’encore con l’acustico di “All For Love”. No, sfortunatamente non ci sono Sting e Rod Stewart, gli altri due moschettieri del brano, ma la strepitosa forma vocale del canadese non ha fatto rimpiangere nulla. Concedendo anzi al pubblico del Palasport di Bolzano l’onore e il privilegio di ascoltare, dal vivo, una della voci più belle, calde, vere, delicate e taglienti allo stesso tempo che il rock abbia mai avuto.

Bryan Adams in due ore di concerto si è divertito come un ragazzino, ha fatto divertire il suo eterogeneo pubblico – sì, c’erano i nostalgici ma anche tanti, tantissimi giovani – e ha dimostrato che la fedeltà alla propria musica e al proprio cuore ti fa diventare e restare qualcuno. Senza passare per bollito o caricatura.

Ah, prima di congedarsi, l’amico Bryan ha tirato fuori il suo iPhone dalla tasca posteriore dei jeans e ha sparato un video-selfie puntualmente caricato su Instagram due ore dopo il concerto. E la carta d’identità recita “classe 1959”. Maledetta bugiarda.


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