Le leggende si inchinano per altre leggende. Il rock saluta Tom Petty, mito senza tempo

Le leggende si inchinano per altre leggende. Il rock saluta Tom Petty, mito senza tempo

Il cantautore si è spento il 2 ottobre a 66 anni. Con le sue canzoni incantò il mondo e stregò i colleghi

La musica è in ginocchio. In segno di rispetto, in segno di riverenza. Addio a Tom Petty. Addio ad una delle voci del rock, autore e cantautore dal talento non confinabile dentro una facile etichetta, al di fuori di qualunque scialba e asettica definizione. Dare un’idea di quanto Tom Petty abbia lasciato alla musica è impresa ardua. Ci hanno provato i più grandi, i suoi colleghi dell’Olimpo delle note.

Il primo, in ordine sparso, è stato Bob Dylan. «È una notizia sconvolgente, terribile, pensavo di lui tutto il bene possibile. Era un grande artista, pieno di luce, un amico, non lo dimenticheremo mai» ha dichiarato il Menestrello, che con Petty aveva avuto la pazza idea di mettere su un gruppo fatto di sole leggende. Quei Traveling Wilburys che schieravano gente come George Harrison, Jeff Lynne e Roy Orbison. Si sa, tra leggende ci si intende. E lo era per davvero, Tom Petty.

Penna delicata, chitarra affilata, fin dagli esordi con gli Heartbreakers nel 1976 Petty dimostrò le caratteristiche dell’eroe immortale. Suono nuovo, originale e sempre coerente. Con se stesso e con la sua idea di musica. Fu uno tra i più grandi interpreti del “Southern Rock”, sound corposissimo fatto di blues e country. Con la sua musica cantò la California, non la sua “casa” ma la terra delle sue canzoni.

A 100 all’ora sulle strade della California (e non solo), Tom Petty a fare da sottofondo al vento che ti sbatte sulla faccia è quasi dogma. Chiedetelo a Jerry Maguire, alias Tom Cruise (nel film Tom, l’attore, canta a squarciagola “Free Fallin” dell’altro Tom, il mito, lanciatissimo in macchina sulle strade degli Stati Uniti dopo una “vittoria”. Già, il brano è una colonna sonora perfetta anche per un trionfo). Quella di Tom Petty con Hollywood è stata un’amicizia vera. Chiedetelo a Kevin Costner che al “Cappellaio” riservò pure un ruolo nel suo film “L’uomo del giorno dopo”.

«Petty era uno degli architetti principali dello spirito che porta i musicisti ad accalcarsi in California e scrivere le loro canzoni e vivere sia la vita di cui loro sono autori, sia quella che è loro autrice». Seguendo sempre un ordine che ordine non è, un altro grande, questa volta della musica di oggi, ne ha dato un personalissimo ricordo. È quel John Mayer che in molti suoi live, da quasi vent’anni, porta in giro per il mondo “Free Fallin”, guarda un po’.

Si è tolto il cappello per Tom Petty anche il Boss, Bruce Springsteen. Tra i due c’era un legame speciale. Fan l’uno dell’altro, è storia la loro esibizione al Madison Square Garden di New York del 22 settembre 1979, quando, insieme anche a Rosemary Butler e Jackson Browne, intonarono “Stay” per “protestare” contro il nucleare. «Un grande cantautore e un grande performer, ogni volta che ci incontravamo, era come correre incontro a un fratello che non vedevi da tempo. Il mondo sarà un posto più triste senza di lui», parola del Boss.

Con gli Heartbreakers, Petty ha scolpito nella pietra note e canzoni eterne. “American Girl”, “Breakdown”, “I need to Know”, “Don’t come around here no more”, “Learning to Fly”: alcuni dei titoli che raccontano il mito di un mito, capace di attraversare il tempo e la musica non perdendo di un centimetro lo spirito e la passione degli esordi. L’ultimo album, Hypnotic Eye, è del 2014. L’ultimo live, guarda caso a Los Angeles, California, una settimana prima della sua morte.

Tom si è spento lunedì, il 2 ottobre: il 20 avrebbe soffiato sulla sessantasettesima candelina. Se n’è andato per un attacco di cuore. Già. Troppo presto? Sicuramente. Come si dice per ogni grande musicista che ci lascia. E la lista, oggi, è lunghissima. George Michael, David Bowie, Prince, Leonard Cohen, Chris Cornell, Chester Bennigton... E ora anche Tom Petty.

Chissà che diavolo di concerti si sentono, lassù.


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