«Tante storie ed esigenze diverse»
Alessandro Patelli, ex tesoriere e consigliere regionale della Lega Nord, con Roberto Garavello e Katiusha Balansino

«Tante storie ed esigenze diverse»

L’intervista ad Alessandro Patelli, responsabile del centro di Via dei Mille a Busto, che offronta la questione dei profughi

«Profughi, tante storie ed esigenze diverse: è un problema complesso che va affrontato con soluzioni concrete». Parola di Alessandro Patelli, ex tesoriere e consigliere regionale della Lega Nord, che dopo le clamorose proteste dei richiedenti asilo ospitati in via dei Mille ha preso in mano le redini del centro, per conto della Cooperativa Kb di Katiusha Balansino e Roberto Garavello, di cui è amico di vecchia data.

Con la recente protesta, i profughi di via dei Mille hanno chiesto il rilascio delle carte d’identità. A che punto è la pratica?

Mi sono incontrato con il sindaco e il vicesindaco per spiegare le ragioni dei ragazzi, ma hanno ribadito che non avrebbero concesso le carte d’identità, perché il documento rilasciato dalla questura era sufficiente per chiedere il lavoro, a chi lo desiderava. Io ho provato a spiegare che diversi decreti legislativi, anche recenti, danno diritto, dopo tre mesi di permanenza nel Paese, di iscriversi all’anagrafe del Comune. Ho chiesto una soluzione di buon senso, perché è chiaro che non manderei provocatoriamente cento ragazzi all’anagrafe. A Somma Lombardo, dove sono state appena rilasciate le prime trenta carte d’identità, abbiamo un responsabile anagrafico che si occupa di vagliare tutte le pratiche. Ma il sindaco ci ha ribadito, e così il vicesindaco, che la questione è essenzialmente politica.

Quanti sono oggi i richiedenti asilo ospitati in via dei Mille?

Sui 170, perché nel frattempo qualcuno se n’è andato, considerate anche le tre revoche emesse in seguito a quell’occupazione.

Mediamente da quanto tempo sono qui?

Si va da un mese fino a due anni di permanenza nel centro. C’è anche qualcuno che ha ottenuto un permesso di soggiorno di due anni per questioni umanitarie, che avrebbe diritto eccome al documento d’identità. Dei 170, c’è una parte che ha già concluso l’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato, una parte sono in fase di ricorso, una parte in fase di appello. Alcuni non hanno ancora ricevuto il permesso temporaneo di sei mesi. Dire che tutti e 170 hanno diritto alla carta d’identità sarebbe una falsità, ma una parte di questi ne hanno diritto.

Il centro è molto affollato ma in questi due anni e qualche mese, proteste a parte, non si sono registrati particolari disagi. È così?

Ma anche l’occupazione non era tanto legata a disfunzioni all’interno del centro, ma per una questione di documenti. Mettiamoci nei loro panni: qui da un anno e mezzo o due, senza documenti, è normale che si facciano delle aspettative, anche perché il trattato di Dublino dice che la pratica dovrebbe chiudersi in sei mesi. Sotto questo punto di vista, il sindaco potrebbe chiedere alla Prefettura di istituire una commissione, come hanno fatto Bergamo, Brescia e Monza, per accelerare l’iter analizzando le pratiche direttamente in provincia, mentre oggi tutte gravitano su Milano. Ricordiamoci che dopo sei mesi il permesso temporaneo viene ritirato e deve essere riemesso in attesa della commissione.

Vogliono tentare di cogliere opportunità di lavoro?

Loro mi dicono, “se ho i documenti posso tentare di cercare lavoro”. Attualmente non è che non fanno niente. Sono un centinaio quelli che frequentano le lezioni dei vari livelli scolastici, tra cui sette-otto che vanno addirittura alle scuole medie, mentre abbiamo dei volontari che vengono dalle parrocchie e da un liceo della città per fare lezioni e ripetizioni ai ragazzi. Tanto che abbiamo spostato il mio ufficio appositamente per creare spazi per le aule. È vero, grosso modo la loro vita è all’interno del centro, anche se qualcuno esce in bicicletta, si muove.

A chi dice che sono finti profughi cosa risponde lei che li conosce meglio di tutti?

Se è profugo solo chi viene da un determinato luogo teatro di guerra, posso concordare, ma qui si tratta comunque di persone che cercano di migliorare la propria vita, come anche noi facevamo in altre epoche di emigrazione. Invito a considerare ogni caso a sé. Tanti di loro hanno anche amici o parenti all’estero e vorrebbero ricongiungersi. Altri vengono da scenari instabili, i cui pericoli nel frattempo sono rientrati. Settimana scorsa, ad esempio, è capitato un caso di un ragazzo che voleva tornare a casa perché nel suo Paese la situazione era migliorata: il problema è che non ha i soldi e non verrebbe subito imbarcato, ma messo in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie), che di fatto è un carcere, in attesa di essere rimpatriato. Voi cosa fareste?

Lei ha fatto politica per tanti anni. Quali le soluzioni al problema dei migranti?

Ci sono due aspetti da considerare. Uno è quello umanitario: è gente che ha bisogno di assistenza. L’altro è politico: siccome molti di loro hanno l’esigenza di spostarsi fuori dall’Italia, bisognerebbe insistere su una richiesta d’asilo politico europea e non italiana. E poi, prima di portarli sul territorio, sarebbe bene fare una prima cernita - basterebbe un foglio da compilare con delle crocette - in base alle esigenze di ciascuno, ad esempio suddividendo i centri che ospitano i migranti economici e quelli per i rifugiati. D’altronde, se vengono qui con i barconi, viaggiando anche per due anni attraverso il deserto, è perché non hanno occasioni dalle loro parti.

La Lega una volta diceva “aiutiamoli a casa loro”…

Potrebbe essere una soluzione. Tra i nostri ragazzi ce n’è uno che ha imparato a fare il pane e voleva aprire un panificio al suo Paese, un altro che avrebbe voluto mettere in piedi un allevamento di polli. I loro consolati mi hanno risposto di scrivere al primo ministro dei loro Paesi. Ma se invece di mantenerli qui, concedessimo loro del microcredito per avviare delle attività in patria, investiremmo sul loro futuro.

Il quadro che emerge è molto sfaccettato. Sbaglia chi parla di “profughi” mettendoli tutti in un unico calderone?

Non possiamo farlo. L’ho detto anche a Matteo Salvini: prima conosci, vieni qui una settimana a comprendere le loro storie e i loro problemi, poi puoi dire ancora no.

C’è chi propone di farli lavorare…

Per una quota di loro probabilmente c’è spazio, in tante attività che già oggi vengono svolte prevalentemente da stranieri, che siano asiatici o sudamericani. E se devono restare qui due anni, perché non li facciamo lavorare ad un prezzo simbolico, ad esempio per la ricostruzione dopo il terremoto? Il sindacato direbbe di no, ma non è detto che rubiamo loro il lavoro. Il punto è che bisogna affrontare il problema con una logica diversa: non ci si può limitare a pensare di cacciarli a casa loro o non accettarli, tanto non li fermeremo mai se la situazione internazionale non cambia.

C’è ancora l’ipotesi di delegare ai Comuni la gestione dei centri della Cooperativa Kb?

Che io sappia, sì, ma riscontri non ne sono arrivati. Se fosse davvero un business, che consente di fare forti guadagni, perché non lo gestiscono direttamente i Comuni, in modo tale da poter utilizzare quello che avanzano per i propri cittadini?


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