Anche Varese ai piedi di Jaco Pastorius, il genio folle che rivoluzionò il basso

Anche Varese ai piedi di Jaco Pastorius, il genio folle che rivoluzionò il basso

Era il 21 settembre 1987 quando morì l’uomo che reinventò il ruolo del bassista. I “nostri” lo spiegano così

Jaco Pastorius. Basterebbe questo, un nome, per far vibrare l’aria. Tredici lettere che da sole descrivono una rivoluzione. Che tracciano un solco tra cosa era e cosa non sarebbe più stato. Perché Jaco Pastorius, al secolo John Francis Anthony Pastorius III, ha preso tutto ciò che fino agli Anni 50-60 era stato il basso, lo ha letto, interiorizzato, e poi lo ha riscritto, da cima a fondo. Ha inventato qualcosa di mai visto e sentito prima, ha rinnovato uno strumento musicale togliendogli di dosso l’etichetta di “accompagnatore” in una band e mettendolo al centro del palco, della scena, del mondo. Jaco Pastorius ha rivoluzionato il modo di concepire il basso. E ha rivoluzionato la musica.

Detta così, sembra semplice. Ma descrivere la portata, il peso, l’impatto dell’effetto Pastorius sul mondo musicale è tutt’altro che facile. Così, abbiamo provato a chiedere a tre bassisti varesini che cosa significa, per loro e in generale, il nome Jaco Pastorius. Che cosa quell’uomo dai capelli lunghi e una voglia sempre a mille di strimpellare note in ogni dove e come, ha lasciato a tutti noi. Perché ascoltare musica, oggi, significa ascoltare Jaco Pastorius.

Stucco e vernice per barche

Partiamo dal presupposto che ogni giovane studente di musica che voglia diventare un bassista, deve – sì, deve – iniziare cercando di capire che cosa significa suonare il basso. E lo si può fare solamente ascoltando “il” bassista. Quindi Gianantonio Felice, Marco Conti e Mauro Aimetti hanno tutti e tre Pastorius come “papà” musicale. Chi più, chi meno, chi tantissimo.

Cercare di raccontare chi e cosa fosse Jaco Pastorius vuol dire prima di tutto parlare di un innovatore. A lui si deve infatti il basso elettrico fretless, ovvero un basso senza tasti, proprio come un contrabbasso. «Piccolo cenno storiografico – Mauro Aimetti ha già la voce che vibra: lui è uno di quelli che Pastorius ce l’ha dentro, anzi dentrissimo – Leo Fender aveva inventato il basso elettrico fretless per rispondere alla continua domanda dei contrabbassisti di uno strumento trasportabile e meno pesante ma nessuno riusciva ad intonarlo. Una mattina Jaco vide i suoi 400 dollari di contrabbasso distrutti per colpa dell’umidità: così prese il suo Fender Jazz e gli tolse i tasti, li scavò fuori, li riempì con lo stucco per il legno, ricoprì tutto con una vernice per il fondo delle barche e si creò il suo contrabbasso portatile. Si costruì quindi quel basso fretless che non poteva permettersi e si inventò il modo per suonarlo e per intonarlo».

Fu questo a colpire Aimetti? Beh, chi non rimarrebbe affascinato. Ma la folgorazione l’Aimetti chitarrista la ebbe quando entrò allo Splash Club di Induno Olona. Fu lì che abbandonò una strada - quella della chitarra - e decise di perdersi nel mondo del basso elettrico. Perchè? «Vidi un bassista mancino con un Fender Jazz che stava suonando armonici multipli: quel tipo stava riproducendo una delle tecniche innovative di Pastorius e rimasi... di merda. Fu lì che decisi che sarei diventato un bassista. Perché quel suono era ed è qualcosa di magico, di complesso e ammaliante, un suono ricchissimo. Non erano solo linee di basso: dentro c’era tutto. Sembrava di sentir suonare diversi strumenti, diversi generi tutti dentro ad un basso». Jaco Pastorius pensava e suonava come un polistrumentista. «Il papà era un batterista - spiega Aimetti - e dentro di sé Jaco aveva un senso del ritmo che invadeva il basso in maniera assolutamente nuova». Ma non solo. «La grandezza di Jaco era che suonava come un sassofonista, come un trombettista. Aveva una mentalità diversa dall’approccio classico del bassista. Pastorius ha surclassato tutti non solo per tecnica ma per modo e concezione della musica. Ha inventato un vocabolario e un linguaggio nuovi».

Come un centravanti

Jaco Pastorius era dunque un genio. Un geniale folle. Perché notissime, oltre alla sua tecnica e al suo modo di suonare, erano anche le sue pazzie e stravaganze. «Ho suonato con Bob Moses, batterista che suonò moltissimo con Jaco - continua Aimetti - e mi raccontò molti aneddoti su di lui. Tra cui quello in cui Pastorius, nella hall di un albergo in Giappone, si divertiva a fare il giocoliere con il suo basso. Mi parlò anche della sua fissa di mettere borotalco sul palco per poter scivolare mentre suonava. Jaco era questo: genio e sregolatezza».

La personalità di Pastorius fu l’altra grande innovazione che portò nella cultura e nell’universo del basso elettrico. Già, perché la sua “arroganza”, l’incredibile capacità di mettersi al centro dell’attenzione, sempre e comunque, ha inevitabilmente influenzato il suo modo di suonare.

Jaco, come Jimi Hendrix, sembrava dire “ehi, io suono il basso e lo suono da dio, ascoltatemi”. Così Pastorius ha reinventato il ruolo del bassista. Con lui esce dalle ultime file prendendosi l’intera scena, prendendosi gli applausi. «Il modo di suonare di Jaco Pastorius era ed è assolutamente riconoscibile - spiega Gianantonio Felice, bassista cresciuto a musica e... calcio - Non appena da giovane cominciò a strimpellare con il basso lo fece con l’idea di diventarne il miglior interprete, come se si fosse prefisso un obiettivo. Il suo modo di suonare il basso fretless è lo specchio della sua personalità: Pastorius impose il suo strumento come lo strumento decisivo all’interno dei brani. Anche quando accompagnava e basta si sente che suonava in una maniera come per dire “questo giro lo sta suonando Pastorius”. Da patito di musica e di calcio azzarderei a dire che Jaco Pastorius è l’Ibrahimovic del basso (ride)».

Pagine di letteratura

Unisci il genio e la follia, li mescoli con un orecchio mostruoso e una tecnica aliena e hai il prototipo del musicista che nasce una volta ogni 100 anni. E la genialità porta necessariamente la follia. E viceversa. «Jaco Pastorius è un cavallo pazzo fantastico. Inimitabile». Marco Conti è un bassista e contrabbassista legato a Jaco fin dai tempi della scuola. O meglio, del college. Perché fu quando studiava alla Berklee College of Music di Boston che vide, incontrò e si innamorò di Pastorius, delle sue linee di basso uniche e del suo mix di genio e follia. «Mi ricorderò sempre una sera, a Boston, mentre stavo trascrivendo proprio un solo di Jaco. Quando finì di trascriverlo mi dissi “ma che genio!”: aveva trovato soluzioni incredibili dal punto di vista ritmico. Chiamai un mio amico per dirglielo ma lui mi diede la notizia più brutta di tutte. “Non lo sai? Jaco è appena morto”. Fu struggente. Ma quelle linee di basso rimasero dentro di me».

Genio e follia. «Sì, perché il modo di suonare di Pastorius era “follemente geniale”. Faceva cose mai viste prima. Fu il primo ad usare il looper per poi risuonarci sopra. Aveva questo modo di suonare con accordi armonici assolutamente incredibile, faceva soli virtuosissimi e super creativi e aveva una forza ritmica e propulsiva pazzesca: era un fuoriclasse dal punto di vista ritmico. Tutti facevano linee di base a quarti, lui invece spezzava le ritmiche con uscite geniali. Era un eclettico. Un suo pezzo è innovativo ancora oggi. Il basso elettrico è uno strumento giovane, nato nei primi anni 50 quindi non c’è la letteratura che c’è per altri strumenti: Pastorius in pochi anni ne ha scritta gran parte».

Jaco morì il 21 settembre del 1987, in circostanze folli. Il buttafuori di un locale, non riconoscendolo, non lo fece entrare, visto anche lo stato d’ebbrezza. Ne nacque una colluttazione e Jaco ebbe la peggio. Era la notte dell’11 settembre, si spense in ospedale pochi giorni dopo.

Genio e sregolatezza. Questo era, è e sarà Jaco Pastorius. Sregolatezza. Ma soprattutto genio.


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