La danza di Daria tra filosofia e poesia
Un autoritratto di Daria Menicanti, un disegno a matita del 1963

La danza di Daria tra filosofia e poesia

Menicanti trovò giusta riconoscenza solo a cinquant’anni. Dopo una vita di amori e parole

«Fu a un ballo che conobbi Giulio Preti, - racconta la poetessa Daria Menicanti (Piacenza 1914, Como, 1995) in “Vita con Giulio”, all’interno del corposo volume “Daria Menicanti, Il Concerto del Grillo, L’opera poetica completa con tutte le poesie inedite” a cura di Brigida Bonghi, Fabio Minazzi e Silvio Raffo - in una malinconica sala da tè milanese: me lo presentarono gli amici come un giovane filosofo di severa cultura e sul punto di affermarsi. Lo guardavo ballare e mi chiedevo come quel baluginante arruffato ragazzo di provincia – veniva da Pavia – oltre che studioso di cose astratte fosse anche un cultore della danza. Ma più tardi, discorrendo con lui, seppi con quanta serietà considerasse quell’arte: la danza, secondo lui, era il modo in cui il corpo pensava… e quelli che la disprezzavano avevano una mentalità da “curati e vecchie zie” e avrebbero fatto bene a liberarsene».

Nel prezioso scritto biografico, la poetessa, soprannominata “Momi” o il “Grillo” nella sua numerosa e allegra famiglia piacentina, ricorda il primo incontro “danzante” con il filosofo che diventerà suo compagno per un intenso tratto di vita, il suo accento lombardo-emiliano, i suoi bellissimi occhi neri dalle folte ciglia, i lunghi capelli ricci in rivolta contro la foggia austera e militare del tempo. Il filosofo Giulio Preti si era laureato l’anno prima a Pavia, sulla “Fenomenologia” di Husserl di cui fu tra i primi studiosi in Italia, e aveva iniziato a frequentare l’ambiente intellettuale e fervido della “Scuola di Milano”, che gravitava attorno all’affascinante filosofo Antonio Banfi, con cui Daria Menicanti stava preparando la sua tesi di laurea in Estetica, mentre si dedicava ad “innumerevoli lezioni private”.

«Lo strano e confuso matrimonio»

Nel 1937, la loro amicizia si trasformò in uno “strano e confuso matrimonio”, definito dall’amico Vittorio Sereni, “dròle de menage”. «Fu dagli inizi infatti che tra noi ci furono scontri ed impennate, si alzarono muri di silenzio: tutti e due scotevamo furiosamente la catena, in particolare io che mi dolevo prigioniera di un uomo, sia pur di eccezione, ma estremamente possessivo e geloso». Giulio e Daria frequentavano quel gruppo milanese di intellettuali allievi del filosofo Banfi, «Enzo Paci, Remo Cantoni e Vittorio Sereni: io ci stavo bene con quelli, mi scaldavo alla loro amicizia, mi schiarivo alle loro idee». Ma il temperamento difficile di Giulio Preti, solitario e scontroso, riluttante a qualsiasi legame, lo portò ben presto a allontanarsi dagli amici, isolando così anche la compagna, che ne soffriva moltissimo.

Entrambi insegnanti, si abbandonavano spesso e volentieri a spese inutili ed eccessive: Preti acquistava libri rari, raffinate penne stilografiche, strumenti musicali, svariati oggetti di lusso e faceva viaggi impossibili; a quelle stravaganze i due magri stipendi da insegnante difficilmente potevano bastare. Daria Menicanti si rivelava però indulgente e comprensiva: «tacevo e gli ero indulgente: del resto le mie lezioni private riuscivano prima o poi a puntellare la nostra tremolante economia».

Dal dietro le quinte fino al successo

Insegnante prima che poetessa, Daria Menicanti ha iniziato a emergere, nel panorama poetico italiano relativamente tardi, pubblicando la sua prima raccolta poetica a cinquant’anni, poiché anche le prime poesie giovanili appartenevano a un’esistenza troppo privata e segreta.

Da dietro le quinte dove si trovava amabilmente a vivere «questa vita lirica privata assai privata», è stato il poeta e amico Vittorio Sereni a convincerla a pubblicare “Città come” nella collana de Il Tornasole, nel 1964, e poi due raccolte, “Un nero d’ombra”, nel 1969, e “Poesie per un passante”, nel 1978, per Lo Specchio, sempre per la Mondadori. Quasi inspiegabilmente poi, una volta che Sereni non si trova più a lavorare in Mondadori, le sue poesie vengono rifiutate, la Menicanti ricorre a case editrici anche sconosciute, piccole come Quinta generazione e Lunario nuovo.

“Ultimo quarto” esce, nel giugno 1990, per Scheiwiller, così si consuma una risalita del crepuscolo, con la prefazione di Lalla Romano, sua eterna, fedelissima amica e collega alle “Arconati” di Milano. «Le poesie “Ultimo quarto” – sottolinea Silvio Raffo nel “Concerto del grillo” introduzione al volume omonimo – scritte su bloc-notes a matita, travagliate da numerose revisioni, non molte, ma tutt’altro che prive d’interesse». Ormai le sue condizioni di salute si sono fatte precarie, «soprattutto dal punto di vista psichico; le amorevoli cure della nipote Lucia Pezzini – scrive Raffo – che per breve tempo l’accoglie nella sua casa, si rivelano insufficienti e si rende necessario il ricovero, nel 1993, alla “Fondazione Fornasari” di Mozzate, in provincia di Como», dove la poetessa muore, il 4 gennaio 1995.

«Siamo giunti al traguardo: amaro ma non nichilistico traguardo – sottolinea Raffo – di sapienza (uno stato simile al “wiser and sadder” di Coleridge nella Ballata del vecchio marinaio), un allunaggio sine reditu del grillo e del suo fertile dubbio a “improvvise invenzioni” più impalpabili ma più rassicuranti, proiettate nell’etereo e nell’eterno».


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