25 luglio 1943: nuova alba su Varese
25 luglio 1943

25 luglio 1943: nuova alba su Varese

La caduta del fascismo - Lo storico varesino Enzo Laforgia ricorda come la città visse quel giorno

VARESE - Una Varese che rimase sveglia fino all’alba, sperando nella fine della guerra. E che al mattino riempì le strade di nastri tricolori. Questo fu il 25 luglio 1943 dei varesini, quando il fascismo cadde, con la sfiducia a Benito Mussolini durante la famosa seduta del Gran Consiglio del Fascismo. Il 25 luglio rappresenta una di quelle date significative, che hanno cambiato il corso della storia per il nostro Paese. E in alcune città l’impatto con il cambiamento fu maggiormente sentito. Varese è tra queste, dal momento che la guerra, per la popolazione civile, fu più sentita, per via della presenza sul territorio delle importanti industrie belliche, prima tra tutte l’Aermacchi.

A raccontarci come vissero i varesini quei giorni convulsi, di speranza, prima, e disillusione, dopo, quando fu chiaro che la guerra non sarebbe finita e che il governo Badoglio rappresentava, almeno in un primo momento, la prosecuzione naturale del governo Mussolini, è lo storico varesino Enzo Laforgia.

«La testimonianza più importante di quei giorni che abbiamo – racconta Laforgia – ci arriva da Antonio De Bortoli, detto il Barba, un partigiano cattolico varesino, che prenderà poi parte all’esperienza del San Martino, nel novembre ’43. De Bortoli ha pubblicato una sua memoria nel 1975, intitolata “A fronte alta”, ripubblicata poi in una nuova edizione, dove racconta esattamente quello che registrò come varesino e antifascista nel momento della comunicazione al popolo della caduta di Mussolini».

La famosa riunione del Gran Consiglio iniziò alle 17 del 24 luglio e si protrasse fino alle prime ore del giorno successivo. La messa in minoranza, su un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, di Mussolini avvenne verso le 3 del 25 luglio. Quindi, come spiega Laforgia, essendo ancora in vigore, nonostante il regime, lo Statuto Albertino, il capo del governo si recò, verso le 17 del 25 luglio, a 24 ore dall’inizio della seduta, dal re, per rimettere il suo mandato. Quello che avvenne dopo, a livello nazionale, è cosa nota: Vittorio Emanuele III affidò il governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e Mussolini fu incarcerato sul Gran Sasso.

«La notizia agli italiani arrivò verso le 22.45 del 25 luglio – continua Laforgia – alle 23, quindi, tutta la popolazione aveva appreso che Mussolini non era più il capo del governo. Ci trovavamo in un regime di coprifuoco per via della guerra. Quindi, quando la notizia venne data, e molti varesini la appresero ascoltando le radio straniere a basso volume, tutti erano chiusi in casa». Eppure, la gioia fu incontenibile, tanto da sfidare il coprifuoco.

De Bortoli ricevette una telefonata, gli amici lo invitavano a scendere per strade. Alle 2 di notte a Varese c’era gente per le strade, le finestra erano aperte e illuminate. Il Barba si recò, insieme all’amico Augusto Vanoni, in viale Belforte, da altri amici, per brindare. Nella testimonianza si legge, continua sempre Laforgia, che alle 3 di notte la città non stava ancora dormendo. E alle 6 del mattino del 26 luglio c’era già una folla consistente per le strade del centro.

«De Bortoli a quel punto si mette a cercare e comprare rotoli di nastro tricolore. E ad ogni persona che incontra ne regala una striscia, e questi se la mettevano all’occhiello della giacca. Al posto della cosiddetta “cimice”, ovvero la spilletta del Partito nazionale fascista. Verso le 11, si racconta, avevano già dato via circa 700 metri di nastro tricolore. Verso le 8 del mattino la folla si era concentrata in piazza Mercato. Alla Caserma Garibaldi si trovano dei ritratti della autorità abbandonati. De Bortoli ne prende uno di Badoglio e uno del re, se li attacca sul petto e sulla schiena, e cammina in questo modo per strada. Nasce quindi un corteo spontaneo, con tanto di camionetta, che da piazza Mercato attraversa quindi via Manzoni, via Volta e giunge in piazza Monte Grappa».

Da piazza Monte Grappa i manifestanti decidono di tentare “la sortita”: vogliono recarsi alla Casa del Fascio, l’attuale Questura, nell’allora piazza Littorio. In quella struttura, infatti, con l’aumento del controllo sulla stampa, era stata trasferita negli anni passati la sede della Cronaca Prealpina (il nome che aveva allora la Prealpina). Questo l’obiettivo della folla. Che viene però fermata lungo l’attuale via XXV Aprile, all’altezza della Caserma dei pompieri (l’attuale palestra del Liceo classico), da un posto di blocco dei soldati. Solo una piccola delegazione, di cui fanno parte tra gli altri De Bortoli, il giornalista Mino Tenaglia e il professor Bracchetti, sono autorizzati a passare.

«L’intento era quello di evitare lo scontro e che una giornata di gioia si trasformasse in qualcosa di triste» dice Laforgia. Successivamente torneranno in piazza Monte Grappa. E dal balcone della Camera di Commercio il giornalista Tenaglia tenne un discorso ai varesini «in cui raccomandava di mantenere l’ordine e un comportamento civile. Su quel balcone c’era anche Calogero Marrone».

Per capire il giubilo e la reazione dei varesini, del resto comune anche in tutte le altri parti d’Italia, bisogna ricordare come Varese fosse stata particolarmente segnata dalla guerra. Non soltanto per la presenza delle industrie belliche, e quindi l’inizio del coprifuoco e delle esercitazioni nelle scuole con maschere antigas (queste ultime già prima dell’entrata in guerra), ma anche perché la nostra città ospitava numerosi ospedali militari. Lo stesso Palace venne trasformato in una struttura per ricevere i soldati feriti, soprattutto dal fronte greco-albanese. L’orrore della guerra, che contribuì allo scollamento tra la società italiana e il fascismo, era sotto gli occhi di tutti.


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