Arcivescovo

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Ieri in Duomo l’ingresso solenne in Diocesi per il “nostro” monsignor Mario Delpini. La semplicità delle sue parole: «Siamo tutti fratelli e sorelle: cerchiamo ciò che unisce, più che quello che divide»

L’umile speranza invocata dal nostro Arcivescovo Mario Delpini che ieri ha fatto il suo ingresso solenne in Duomo. Con la sua abituale carica di umana simpatia e di semplicità nel predicare. «Siamo tutti fratelli e sorelle» il refrain del suo intervento.

Il Duomo è gremito per il debutto del nuovo Arcivescovo: oltre cinquemila fedeli, più altre migliaia in piazza ad acclamarlo. Oltre alle autorità e a tanti rappresentanti del Clero, c’è anche la sua grande famiglia di circa 150 parenti, tra cui quattro fratelli (Franco, Laura, Alessandro e Ugo), 14 nipoti e 12 pronipoti, due dei quali sono stati coinvolti nella consegna dei doni durante la Messa.

Dopo l’arrivo accolto dal suo predecessore, il Cardinale Angelo Scola, che gli ha consegnato il pastorale, e la lettura della nomina di Papa Francesco, la scena è tutta per l’intervento di Monsignor Delpini. «La mia gente - esordisce - pietre vive della Chiesa cattolica in questa diocesi». A cui propone «uno stile di fraternità», chiamando tutti «fratelli e sorelle» in un refrain che è tipico del suo raffinato stile retorico. Una chiamata alla collaborazione di tutte le forze sociali e tutte le fedi per costruire una città giusta, pacifica e solidale. Un invito a «cercare più quello che unisce che quello che divide» e a «guardare avanti con intelligenza, con fiducia». Si rivolge alle altre confessioni religiose, prima ai “fratelli figli di Israele”, e poi agli islamici, rivolgendo «una parola che è invito, è promessa, è speranza di percorsi condivisi e benedetti da una presenza amica di Dio che rende più fermi i nostri propositi di bene».

E ancora agli atei e agli agnostici: «Qui presenti, forse per dovere, forse per curiosità, forse perché apprezzano le opere buone della Chiesa Ambrosiana e dei cattolici milanesi. Anche a loro mi rivolgo con il desiderio di un incontro, con la speranza di una intesa, con l’aspettativa di trovarci insieme in opere di bene per costruire una città dove convivere sia sereno, il futuro sia desiderabile, il pensiero non sia pigro o spaventato».

Poi alle istituzioni, anche loro sono fratelli e sorelle: «Non intendo mancare di rispetto, ma mi preme dichiarare un’alleanza, un sentirci dalla stessa parte nel desiderio di servire la nostra gente e di essere attenti anzitutto a coloro che per malattia, anzianità, condizioni economiche, nazionalità, errori compiuti sono più tribolati in mezzo a noi. I nostri ambiti sono distinti, le nostre competenze diverse, anche i punti di vista non possono essere identici. Eppure lo spirito di servizio, la condivisione della passione civica, la fierezza dell’unica tradizione solidale, creativa, laboriosa milanese e lombarda sono un vincolo che mi permette di osare salutare così». A tutti poi ha speso parole chiare, ma semplici e umili: un appello a non essere «inclini più al lamento che all’esultanza, che ritiene il malumore e il pessimismo più realistici dell’entusiasmo, che ascolta e diffonde con maggior interesse le brutte notizie e condanna come noiosa retorica il racconto delle opere di Dio e del bene. Non disprezzate troppo voi stessi: Dio vi rende capaci di amare». Alla fine non poteva mancare il “don Mario” di spirito, con le sue battute che conquistano. «Ringrazio tutti di cuore, anche se molti hanno tentato di dissuadermi dall’accettare questo incarico - rivela Monsignor Delpini al termine del Pontificale in Duomo - mi dicevano “non sai quanta fatica, quanto è grande la Diocesi”, ma io a dir la verità ho sempre pensato di annettermi qualche altra diocesi lombarda...Hanno tentato di dissuadermi i miei nipoti, perché pensavano che poi sarei venuto a cena portando l’autista o la guardia del corpo: poi quando hanno visto com’è magro, hanno pensato che non sarà un gran problema….Anche i miei fratelli, capeggiati in questo da mia sorella, dicendomi “non hai nemmeno un vestito in grazia di Dio, come fai a fare l’Arcivescovo?”, ma con queste vesti un po’ medievali che coprono tutto, stiamo a posto anche senza il vestito della festa...». Poi torna a farsi più serio e ammette: «Ho accettato perché so che posso contare su tanti bravi preti e diaconi del Clero diocesano». Poi, il bagno in mezzo ai fedeli entusiasti, a cui Delpini, con il pastorale in mano, ha risposto con il suo sorriso di sempre.


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