Bellezza scolpita. La figura di Pogliaghi ha arricchito la nostra città

Bellezza scolpita. La figura di Pogliaghi ha arricchito la nostra città

La figura dell’artista Lodovico Pogliaghi è stata determinante per Varese. Oggi la sua Casa-museo rappresenta un patrimonio dal valore inestimabile di opere e di ingegno creativo

Una figura di quelle che non hanno plasmato solo i materiali e le forme, creando opere d’arte. Ma hanno saputo anche arricchire lo spirito del proprio tempo e dei territori nei quali hanno lavorato.

Lasciando segni indelebili scolpiti nella memoria che non tramonta. Questi sono agli artisti capaci di creare opere che saranno ammirate a lungo dalle future generazioni.

Una di queste figure è senz’altro quella di Lodovico Pogliaghi, che ha lasciato una grande eredità a Varese.

E di cui ci parla, ne “Le strade della memoria” realizzate per “La Varese Nascosta”, il giornalista Fausto Bonoldi.

LODOVICO POGLIAGHI

È entrato nella storia dell’arte sacra per aver scolpito il portale maggiore del Duomo di Milano ma Lodovico Ferruccio Carlo Maria Pogliaghi è stato un artista poliedrico che, nella sua lunga (92 anni) e feconda vita, si è cimentato, oltre che con la scultura, con la pittura, la decorazione, la scenografia e, a Varese, anche con l’architettura.

Era milanese, nato l’8 gennaio 1857 nel palazzo Borromeo-D’Adda da Giuseppe, ingegnere della Imperialregia Regìa della società delle strade ferrate, e da Luigia Merli, ma aveva scelto come “buen retiro” Santa Maria del Monte, dove riposa (morì il 30 giugno del 1950) accanto alla moglie, scomparsa nel 1936, e dove gli è stato intitolato il piazzale-parcheggio al culmine della strada d’accesso al Sacro Monte.

A Milano Lodovico Pogliaghi risiedeva nel Palazzo dei Marchesi Crivelli in via Pontaccio, non lontano dall’Accademia di Brera in cui ha insegnato ornato per decenni. Come detto, la sua opera più famosa è la porta del Duomo: i battenti furono inaugurati l’8 settembre 1906 mentre la cimasa, la parte superiore, fu ultimata due anni dopo. Il battente di destra raffigura le “gioie della Vergine”, quello di sinistra i “dolori” mentre la cimasa celebra la gloria della madre di Gesù. Il modello originale di gesso è conservato nella casa-museo dell’artista a Santa Maria del Monte, che Pogliaghi donò, tredici anni prima della morte (con la clausola dell’usufrutto), alla Santa Sede, la quale ne trasferì la proprietà alla Biblioteca ambrosiana e che oggi fa parte, con il Museo Baroffio e con la Cripta del santuario, del circuito museale di Santa Maria del Monte. Impossibile in questa sede elencare tutte le opere d’arte “firmate” da Lodovico Pogliaghi in varie città d’Italia, da Milano, dove curò l’arredamento del Museo Poldi Pezzoli e la decorazione di Palazzo Turati in via Meravigli, a Roma, dove scolpì il gruppo della Concordia all’Altare della Patria.

L’EREDITÀ

Per limitarci a ciò che ha lasciato nella nostra città, oltre alla Casa-museo, si deve ricordare che tra il 1923 e il 1925 scolpì il tabernacolo dell’altare della Madonna del Rosario in San Vittore, riprendendo l’immagine del “Cristo eucaristico” del Morazzone conservato nella sua collezione al Sacro Monte; nel 1929 ideò la decorazione a stucco della volta maggiore della basilica; curò l’allestimento del Museo Baroffio, aperto nel 1900, per il quale redasse una guida; dal 1894 fino alla sua scomparsa, quindi per oltre mezzo secolo, si occupò del restauro del santuario mariano e nel cimitero del borgo realizzò diverse cappelle tra cui quella in cui riposano Emma Zonda e il marito Silvio Macchi, per i quali, nella veste di architetto, progettò l’elegante edificio dell’asilo di Bobbiate.


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