Caso Macchi, parla il perito del Dna

Caso Macchi, parla il perito del Dna

Si torna oggi in aula per il processo a carico di Stefano Binda, accusato del delitto della studentessa

Omicidio Macchi: oggi in aula sarà ascoltato il perito medico legale che 30 anni fa ricavò il Dna dell’assassino inviato in Inghilterra per le comparazioni con eventuali sospettati. All’epoca fu un’intuizione addirittura pionieristica da parte del pubblico ministero Agostino Abate che coordinava le indagini. La tecnologia della comparazione del Dna era infatti, 30 anni, ancora agli albori: i laboratori inglesi erano gli unici in grado di eseguire delle analisi e quello di Lidia Macchi fu praticamente il primo caso in Italia dove questa tecnica di indagine forense venne applicata. Purtroppo all’epoca, proprio in virtù del fatto che si era agli inizi di questa tecnologia, non si ottennero risultati definitivi. Oggi la situazione sarebbe completamente diversa. Se soltanto quei campioni di Dna non fossero stati distrutti nel 2000 su disposizione dell’allora responsabile dell’ufficio del gip Ottavio D’Agostino per quella che, nella migliore delle ipotesi, fu una leggerezza imperdonabile. Se vi fossero oggi a disposizione quei 13 vetrini andati perduti per sempre sarebbe possibile accertare al di là di ogni possibile dubbio se Stefano Binda, 50 anni, di Brebbia, ex compagno di liceo di Lidia, uccisa tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con 29 coltellate e ritrovata cadavere la mattina del 7 gennaio al Sass Pinì di Cittiglio, ha o non ha ucciso la giovane militante di Cl 30 anni fa. Paola Bettoni, mamma di Lidia, una donna dalla forza impareggiabile, vocata esclusivamente a sapere la verità sulla morte della figlia tanto da asserire «non vogliamo un colpevole, vogliamo il colpevole», a luglio disse: «è drammatico per tutti. Che quei vetrini non ci siano più penalizza tutti. Soprattutto l’imputato». Difficile anticipare se il perito che 30 anni fa ricavò il Dna dell’omicida possa oggi fornire elementi utili ad accertare la verità. Sempre oggi, davanti alla corte d’assise presieduta da Orazio Muscato, saranno ascoltati il sacerdote che indirizzò Binda, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver ucciso Lidia, verso la comunità Pinocchio per disintossicarsi dalla sua tossicodipendenza e l’allora bibliotecaria di Varese. Biblioteca molto frequentata da Binda. Alle 15, infine, contro esame della psicologa Vera Slepoj, consulente dell’accusa, che ha analizzato la lettera anonima “In morte di un’amica”, recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno delle esequie di Binda. Lettera che l’accusa attribuisce a Binda dopo la testimonianza di Patrizia Bianchi, ex amica dell’imputato, che attribuì a Binda la paternità della grafia fornendo alcune cartoline da lui inviatele 30 anni per una perizia grafologica. Slepoj durante la scorsa udienza ha affermato che la lettera fu scritta dall’assassino. E che l’assassino e Lidia cedettero quella notte alla passione, mentre per l’accusa la giovane fu uccisa dopo essere stata stuprata.


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