«Il mio addio a Fidel  insieme alla sua gente»

«Il mio addio a Fidel

insieme alla sua gente»

Givago Cutillo, varesino con origini brasiliane, ha preso un volo per Cuba per i funerali del Líder Máximo

Se lo era promesso. Quando sarebbe morto Fidel Castro sarebbe stato presente al suo funerale.
E così ha fatto. Givago Cutillo, studente di scienze internazionali ed istituzioni europee nato il 2 marzo 1995 in Brasile e trasferitosi a Tradate nel 2007 (dove è stato eletto rappresentate di istituto per tre volte consecutive al liceo economico sociale Marie Curie e dove, dal 2015, è volontario della Croce Rossa), è riuscito ad essere – insieme a diversi Capi di Stato e a un milione di persone - a Santiago de Cuba per l’ultimo saluto a Fidel, il Lider Maximo morto il 25 novembre scorso a 90 anni.

«Sono partito con non pochi sacrifici, impiegando i miei risparmi, ma non potevo perdere un momento così unico e irripetibile» racconta Givago, che ha portato con sé anche tutto l’occorrente per realizzare interviste e un mini documentario.

Il giovane non è nuovo a queste esperienze: due anni fa, dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, è andato a Parigi per partecipare alla grande manifestazione pacifista organizzata per dire no al terrorismo.
Il suo impegno nel sociale risale al 2012 quando ha fondato, insieme all’amica Irene, il Collettivo Marie Curie. Nel 2013, con il compagno del collettivo Marco, ha creato «Un sorriso vale una coperta», progetto finalizzato ad aiutare i senzatetto a Milano nel mese di dicembre che ancora oggi l’istituto Marie Curie porta avanti. Nel 2014, con la compagna siriana Sciaza, ha organizzato il progetto di beneficenza «Colazione per la Siria».

«Decidere di partire per Santiago de Cuba e ottenere tutti i documenti in poco tempo non è stato semplice, ma la questura di Varese è riuscita a farmi avere in via d’urgenza il rinnovo del passaporto» spiega Givago, che adesso si trova ancora a Cuba e che, da lì, è riuscito ad inviarci alcune notizie di sé.

I suoi racconti sono toccanti: «Sono stato all’ultima cerimonia sabato sera, alle 19 ora cubana, ed è stata una cosa straordinaria vedere plaza de la Revolucion di Santiago stracolma. C’erano centinaia di migliaia di persone immerse in un silenzio totale. Ho visto una Cuba irriconoscibile, in silenzio, senza musica, senza alcol, senza balli. Senza quella vita gioiosa a cui ci hanno abituato le foto, i video e i racconti su Cuba».
Il giorno dopo, fin dal mattino, centinaia di migliaia di persone si sono riunite in plaza Antonio Maceo di Santiago di Cuba per l’ultimo saluto al Lider Maximo, che successivamente è stato sepolto nel cimitero di Sant’Ifigenia, poco lontano dall’eroe dell’indipendenza cubana Jose Marti. Le persone avevano con sé le bandiere e le immagini di Fidel, le stesse che avevano sventolato nei giorni precedenti scendendo in strada per salutare l’urna con le ceneri del Lider. L’urna è partita da L’Avana e, a bordo di una jeep militare, ha fatto un viaggio di quasi mille chilometri per arrivare a Santiago.
«Essere al cimitero di Santiago il 4 dicembre, alle 7 del mattino, è stato come vivere una cosa veramente storica – racconta Givago - Non è una cosa scontata da dire perché normalmente la storia si vive, ma solo dopo, nei ricordi, si riconosce di aver vissuto qualcosa di storico. Per me è stata la prima volta che ho vissuto la storia rendendomene conto».

Civago ha voluto entrare in contatto con gli abitanti del posto. «Ho intervistato molte persone qui e non c’è veramente nessuno che non esprima un fortissimo dolore per la morte di Fidel Castro. È un popolo triste, solo adesso (lunedì scorso, ndr) è partita la musica dopo i 9 giorni di lutto. Io continuo a fare interviste e a filmare, sono stato nei diversi luoghi storici di Santiago, la città dove è partita la rivoluzione.
Sono di sangue latino americano e sento questa cosa come penso possa sentirla solo un latino americano. Sono presente qui e vedo la gente contenta per un ideale completamente diverso da quello su cui si fonda l’Europa. Ho elaborato un pensiero sul comunismo e sul capitalismo a cui non ero mai arrivato.
Due semplici parole: il capitalismo sfrutta la povertà, il comunismo la ricchezza. Tanto è vero che Cuba riesce ad andare avanti specialmente grazie ai turisti ricchi, oltre al forte lavoro che fanno i contadini qui».

«Le emozioni sono confuse e fortissime – continua il giovane - So che cosa ha significato Fidel per il nostro popolo latino americano e per il mondo; soggettivamente per me ha significato tantissimo. Mi sono sempre interessato ai temi della giustizia e della libertà. A 14 anni passavo le mie giornate non a giocare alla playstation, ma ascoltando De Andrè e Mercedes Sosa e leggendo testi sulle rivoluzioni e moltissimi giornali. Al liceo, quando sono stato rappresentante di istituto, per le assemblee ho scelto argomenti fortemente politici e di informazione, come il G8 Genova, Israele-Palestina, l’industria bellica, il razzismo ecc. A Cuba sto respirando un’utopia così forte che, come diceva un poeta sudamericano, “si può grattare”».


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