La tradizione dimenticata e rinata. Successo per la Festa di Sant’Albino

La tradizione dimenticata e rinata. Successo per la Festa di Sant’Albino

Per il secondo anno di fila è stata celebrata l’importanza della figura del santo e della chiesa del colle sopra Cartabbia

È stata una giornata indimenticabile, quella di domenica 5 marzo, per Sant’Albino. Per il secondo anno consecutivo, infatti, Enrico Marocchi, presidente degli olivicoltori di Bosto, Santo Cassani, presidente del Sarisc e studioso di storia del territorio, unitamente al professor Renzo Talamona hanno fatto rivivere l’incanto della chiesina sul colle che sovrasta Cartabbia, anche se storicamente legata all’abbazia di Capolago. Alla seconda edizione della festa, baciata da una giornata fredda ma senza una goccia d’acqua, ha partecipato un nutrito gruppetto di appassionati, alimentato nel primo pomeriggio dalle due processioni congiunte arrivate rispettivamente da San Silvestro di Cartabbia e Sant’Imerio di Bosto: quest’ultima, che probabilmente andava a sostituire la processione da San Vittore esistente dal 1417, viene citata per la prima volta negli atti della visita pastorale del cardinal Pozzobonelli del 1755. Era, fino ad una cinquantina di anni fa, una festa celebrata il primo di marzo, come si legge nel documento settecentesco, in occasione della ricorrenza del santo: si trattava di una sagra paesana che Marocchi e soci hanno deciso di riproporre, con qualche variante moderna, nel mercatino dei prodotti tipici organizzato da Claudio Moroni di Slow Food, dai formaggi di Rancio Valcuvia al miele prealpino dell’apicoltore Frattini di via Brunico passando per le conserve della Valtravaglia, e nella gigantesca frittata di duecento uova del signor Musciatelli, un chilo di parmigiano, altrettanto di burro e sei etti di prezzemolo che ha deliziato tutti i presenti, sindaco compreso.

Chiesa oggi chiusa alla devozione popolare, Sant’Albino viene aperta esclusivamente in occasione della festa, e la sua storia è stata in parte raccolta in un agile lavoro edito dal Sarisc e scritto da Tiziana Vedani Speroni, la cui famiglia è comproprietaria della chiesa. Il pomeriggio è stato allietato da Rosella Orsenigo, Diana Ceriani e dal professor Talamona il quale, nella breve lezione sulla storia della località, partendo dalla lettura di un contratto d’affitto del 1512 relativo alle 125 pertiche di terra che la famiglia Legnano deteneva a sant’Albino, descrive il colle come un immenso vigneto accanto ad una parte silvana: un documento di fondamentale importanza per la storia economica agricola del territorio. La festa si è conclusa con la solenne benedizione con le reliquie di Don Amilcare Manara, parroco di Capolago, e anche un po’ con la sensazione che di questa chiesina, la cui intitolazione Goffredo da Bussero nel XIII secolo riferisce a sant’Albina e Teodora, sono ancora da sciogliere parecchi misteri.


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