La Varese che vorrei è nello spirito della varesinità

La Varese che vorrei è nello spirito della varesinità

Il commento di Marco Tavazzi

La Varese che vorrei sembra l’inizio di un commento molto retorico. Potrei sproloquiare giocando su frasi fatte, proponendo quello che viene proposto da sempre per la Città Giardino, evidenziare le mancanze che vengono evidenziate da decenni, senza che venga invece proposta un’idea seria, concreta per cambiare quello che va cambiato, mantenendo quello che invece è tutt’oggi valido e andrebbe, al massimo, solo potenziato.

La Varese che vorrei non è molto diversa da quella che è oggi, o meglio che è stata fino a poco tempo. Penso alla Varese di mio nonno, la città che lo accolse negli anni Cinquanta, quando arrivò dalla Sicilia dopo la guerra per servire la comunità nelle forze della Pubblica Sicurezza. Varese divenne la sua città, Avigno il suo quartiere. Pur mantenendo sempre lo spirito siciliano e i legami con la terra madre, qui ha cresciuto le sue figlie e nella terra di Varese ora riposa. Mi ricordo, da piccolo, quando lo accompagnavo a fare la spesa nelle botteghe varesine, dal lattaio di via Avegno, per citarne una. Mi ricordo quando prendevamo l’autobus e in corso Moro c’era ancora il gabbiotto con il venditore di biglietti. Mentre oggi è chiusa anche l’edicola. E il degrado sociale sotto i portici non esisteva minimamente.

Quella città dal sapore di paese, dove tutti si conoscono, dove non soltanto i rioni e le castellanze mantenevano le proprie caratteristiche identitarie, ma anche il centro storico rappresentava un unico humus sociale. Quel centro allargato, e non limitato al salotto buono di corso Matteotti. Il centro dei negozi che lui frequentava di via Avegno e via Piave. Strade che oggi resistono, grazie alla volontà e alle capacità dei bravi commercianti, ma che soffrono enormemente del fenomeno di marginalizzazione.
Che soffrono dell’espansione dell’area di degrado che dalle stazioni raggiunge piazza Repubblica e quindi prende poco a poco tutte le altre strade di quello che da centro si sta trasformando in periferia nel senso negativo del termine.
È qui che bisogna lavorare. Conservare la bellezza di Varese significa innanzitutto difendere il suo senso di comunità. Quando inizia a venire meno, il degrado si fa strada. Ed è la Varese che sta diventando.


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