Più di cento «non ricordo». «Come faccio dopo 30 anni?»
Il gip Anna Giorgetti (Foto by Archivio)

Più di cento «non ricordo». «Come faccio dopo 30 anni?»

Dopo l’interrogatorio l’iscrizione tra gli indagati per reticenza

«Sono più di 100 i suoi non ricordo. Eppure lei non è un uomo anziano. Le si chiede uno sforzo di memoria fattibile». È il gip Anna Giorgetti a incalzare don Giuseppe Sotgiu, l’amico d’infanzia di Stefano Binda, 50 anni di Brebbia arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver assassinato Lidia Macchi, sua ex compagna di liceo, assassinata con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, in sede dell’incidente probatorio svoltosi nel dicembre 2016. Al termine dell’udienza il gip ordinerà l’invio degli atti in procura per l’iscrizione di don Sotgiu nel registro degli indagati per verificare l’ipotesi di testimonianza reticente.

«Non era legato a Lidia»

In effetti sono numerosissimi i «non so» e i «non ricordo» riportati nel lungo verbale trascritto in aula. I toni del pm Carmen Manfredda e del gip diventano via via sempre più incisivi: «Non le chiediamo ipotesi. Non le chiediamo calcoli. Sembra quasi che lei stia cercando di capire dove voglia andare a parare il pm» dice il giudice per le indagini preliminari. Don Sotgiu spiega che sono passati 30 anni da quei fatti. E la sua testimonianza, in effetti, non è precisa.

Non ricorda, don Sotgiu, ad esempio di aver mai parlato con Stefano Binda dell’omicidio efferato di una giovane che entrambi conoscevano. Ricorda, però, di non aver mai avuto un’amicizia particolare con Lidia, vista agli incontri di Comunione e Liberazione, nè che l’avesse mai avuta Binda. L’ipotesi accusatoria è che Binda e Lidia fossero legati da una relazione, che nessuno ha però confermato, a partire dalla stessa madre della ragazza, e che Binda l’abbia uccisa dopo averla violentata non sopportando l’accaduto. «Binda non mi parlò mai di Lidia – ha detto don Sotgiu – nessuno, in realtà, parlò mai di un’amicizia particolarmente stretta tra loro».

Don Sotgiu stesso ricorda di essere stato a casa Macchi in un’occasione, dopo l’omicidio, per fare le condoglianze alla famiglia. Ricorda di essere stato al funerale di Lidia «ma non ho un’immagine di Stefano alle esequie. Non so se fosse o non fosse lì». Don Sotgiu, inoltre, scoprì dei problemi di tossicodipendenza nel “90, forse ’91. «Andai a trovarlo in comunità. Nell’ambito di Comunione e Liberazione non si parlò mai di casi particolari di tossicodipendenza. Di intervenire per aiutare qualcuno» dice ancora.

Il gesto di un folle

Il religioso non ricorda con precisione molti dettagli relativi ai giorni immediatamente successivi all’omicidio di Lidia. Non sa o non ricorda moltissimo. Non sa e non ricorda quasi nulla. «Ma sono passati 30 anni» e le domande sono state effettivamente molto specifiche.

Il religioso (all’epoca non ancora seminarista) fu tra i sospettati (poi scagionati) dell’omicidio. «Fornii il mio Dna per un confronto - ha affermato - Poi mi disinteressai completamente delle indagini. Non chiesi mai informazioni a nessuno». E conclude: «Ho sempre creduto al gesto di un folle, non a un omicidio consumato da qualcuno che Lidia conosceva».


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