Tonino Urgesi: anche i disabili fanno sesso

Tonino Urgesi: anche i disabili fanno sesso

Un mondo sommerso, un argomento tabù, una realtà scomoda. La sessualità è un diritto? Tonino ne parla con forza e passione: senza girarci attorno, senza abbassare la voce, senza raccontare bugie

Tonino è forte orgoglioso, non vuole aiuti mentre cerca di infilare la sua carrozzina davanti al tavolo per guardare negli occhi chi gli sta di fronte. Tonino si emoziona e non cerca di nasconderlo, quando racconta la sua storia e teorizza le sue battaglie. Tonino non si vergogna: del suo corpo, della sua voce, delle sue parole sibilate con passione e fatica. Occhi che amano la vita, quelli di Tonino. Senza bugie, senza pretese di pietismo e sguardi di finta comprensione: con la voglia di raccontare una storia. La sua.

«Ero un ragazzo, avevo meno di vent’anni. Erano gli anni 70 e anch’io, come i miei coetanei, andavo in discoteca. Però non andavo per ballare, non andavo per ascoltare la musica: andavo per ascoltare la gente. Nel mio gruppo di amici erano tanti, troppi i ragazzi che si drogavano e fin da subito mi sono sentito spinto a capire cosa ci fosse dietro al loro disagio. Il perché di questa curiosità non lo sapevo, l’ho capito solo anni dopo».

E quando l’ha capito?


Avevo un amico, un prete che viveva a Cesena: andavo a trovarlo, parlavo con lui e sapevo che di lui potevo fidarmi ciecamente. Sapevo che avrei potuto mettermi nelle sue mani. Un giorno, era il 1983, don Pasquale mi invitò da lui a Cesena: avrei dovuto passare due settimane con lui, e quelle due settimane sono diventate vent’anni.

E cosa sono stati, questi vent’anni?

Sono stati la possibilità di comprendere il motivo di quella curiosità, di quel desiderio di capire e di ascoltare. Don Pasquale aveva fondato una comunità di accoglienza e a casa sua stavo quotidianamente a contatto con tossici, prostitute, alcolisti, bambini in affido. Capii una cosa fondamentale: prima del mio deficit e del mio handicap, c’era l’altro. C’era l’altra persona, quella che mi stava a fianco: con i suoi bisogni, la sua solitudine, le sue debolezze. Quei vent’anni sono stati un inizio. Un inizio complicato, perché per prima cosa me ne sono dovuto andare via di casa, con mia madre che non voleva perché temeva che il suo “bambino” in carrozzina non ce l’avrebbe fatta lontano da casa. Io però non potevo restare lì, a vivere davanti alla tv con un telecomando in mano, a morire, a diventare davvero un handicappato.

E cosa è iniziato?


Un mio cammino. Ho iniziato ad andare nelle scuole, a parlare con i ragazzi, a raccontare di disabilità.

Come?


Provavo a proporre un nuovo modo di pensare al disabile, una nuova pedagogia della disabilità. Con il disabile che doveva smettere di fare l’handicappato, e il normodotato che doveva smettere di trattare il disabile come handicappato. Perché alla fine io e l’altro siamo persone, parliamo davanti a una birra e siamo uguali nella nostra diversità: io, seduto sulla mia sedia a rotelle, non ho alcun diritto di far pesare il mio vissuto e la mia condizione. Questo è il messaggio che cercavo, cerco e cercherò sempre di far passare.

Il messaggio è diventato un grido silenzioso, una battaglia, una sfida. Disabili e sessualità. Perché parlarne?

Ne parlo da tempo, perché negli anni 90 questo argomento era considerato un tabù. Oggi se ne parla tanto, vogliono far passare il messaggio che non sia più un tabù mentre in realtà lo è molto di più rispetto a trent’anni fa.

Spieghi.

A settembre a Varese è venuto a parlare Max Ulivieri: ha parlato di disabili e sessualità, di leggi e norme, di diritti. Di una figura chiamata “assistente sessuale”. Ecco, io a Ulivieri che è un esperto del tema vorrei fare due domande.

Prego.


Ulivieri: quando parli di me disabile, mi pensi come persona o come handicappato? Perché se parli di “assistente” significa che ritieni io abbia un bisogno, che io non sia in grado di fare da solo a soddisfare la mia sessualità.

Seconda domanda.

Ulivieri: perché la chiama “assistente”? Praticamente, che cosa deve fare quando viene a casa mia? Mi spoglia, mi accarezza: ma quanto? Come? Dove? Perché gli italiani leggono di queste battaglie per il diritto del disabile alla sessualità, ma non sanno che in realtà questa “assistente” può fare solo questo. Accarezzarmi. Niente rapporti orali. Niente masturbazione. Però se tu mi ecciti, mi provochi un’erezione ma poi ti fermi e non mi fai eiaculare, cosa stai facendo in realtà?

L’argomento è forte...

Ha problemi a parlarne?

No, affatto.


Bene: perché bisogna informare. Per esempio: questa eccitazione esclusivamente mentale e psicologica, quanto costa e chi la paga? Una seduta con l’assistente costa tra i 150 e i 200 euro. E la fregatura è che c’è un numero limitato di sedute, poi l’assistente non c’è più. E il disabile che fa? Gli viene cambiata assistente? Lo capisci che così mi stai trattando come un handicappato e non come una persona? Chiamiamo le cose con il loro nome, per favore.

Facciamolo.


La sessualità non è fisica: è relazione. E dobbiamo fare una distinzione enorme, non dobbiamo cadere nella retorica di quartiere: una cosa è il sesso, un’altra è la sessualità. L’assistente può anche occuparsi del sesso ma la sessualità, quella, non può nemmeno sfiorarla. La sessualità è fisica ma anche psicologica, emotiva. È sguardi, parole, intesa. Sessualità è rispondere alla domanda “Chi mi può dare quello sguardo che solo lei, solo lei mi può dare? Chi mi può dire quella parola in quel momento che solo mia moglie mi può dire?”.

Lei è sposato?


Da dodici anni, con Graziella. E io e lei abbiamo un figlio. E prima di Graziella ho ricevuto tanti “no”, tantissimi: ma quei “no” mi hanno educato, mi hanno fatto crescere, mi hanno fatto trovare mia moglie. Di puttane ne posso trovare quante ne voglio. Ma una donna che mi ama no, ecco: ce n’è una al mondo, forse. E io questo l’ho capito, l’ho capito come persona. E ho capito un’altra cosa importante.

Cosa?


Il sesso non è un diritto. Un pezzo di pane è un diritto. La scuola è un diritto. Il sesso, no. Il sesso va oltre, il sesso è affettività, è un ramo di quel reticolato di rapporti umani che noi chiamiamo “relazione”. E facciamo fatica a capirlo, facciamo fatica ad accettarlo. E i primi a fare fatica, da questo punto di vista, siamo proprio noi, noi disabili.

Perché?


Molto di rado, purtroppo, mi capita di affrontare questi argomenti con un altro disabile. Perché quasi sempre mi trovo di fronte persone che si piangono addosso, che rivendicano il diritto ad avere una donna, a fare sesso. Troppo spesso mi trovo di fronte disabili che si trattano come handicappati, e questa è una cosa che mi fa sempre male.

E cosa direbbe, a questi disabili che si trattano da handicappati?


A loro, a quelli che ogni giorno scrivono su Facebook che vogliono una donna o un uomo, a quelli che su internet si lamentano e si piangono addosso dicendo che loro non potranno mai essere amati, non potranno mai fare l’amore. Ecco, a loro, a tutti loro - e ce ne sono tanti - direi: spegni quel computer, chiudi Facebook, smettila di scrivere. Ed esci, vai in giro. Relazionati, parla, tocca, ascolta, annusa, innamorati, corteggia, soffri, piangi. Come fanno tutte le persone del mondo. Accetta i “no”, metti in conto bugie e tradimenti. Perché considerare l’amore come un diritto è il primo passo per restare soli per sempre. E per essere, davvero, dei poveri handicappati che aspettano di morire, davanti alla tv, con un telecomando in mano.


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