Morta dopo l’attesa in ospedale. Sul caso subito guerra di perizie
I fatti erano avvenuti all’ospedale “Confalonieri” il 15 aprile del 2014

Morta dopo l’attesa in ospedale. Sul caso subito guerra di perizie

Luino - Si apre il processo a carico di una dottoressa: la donna era deceduta dopo cinque ore in sala d’attesa

Morì al pronto soccorso dell’ospedale di Luino dopo 5 ore di attesa: ieri si è aperto il processo. Ed è subito guerra di perizie. L’avvocato di parte civile Antonio Battaglia ha chiesto una perizia super partes: il giudice si è riservato. Il 7 luglio sarà chiaro se il tribunale affiderà l’incarico a un nuovo perito per determinare se la lunga attesa abbia determinato il decesso di Fatma Jejili, 34 anni, tunisina residente a Cittiglio, morta il 15 aprile 2014 all’ospedale di Luino. Alla sbarra c’è la dottoressa in turno quel giorno al pronto soccorso: l’accusa è di omicidio colposo. «Secondo noi - ha detto Battaglia - è provato il nesso causale tra la negligenza della dottoressa e l’exodus del fatto: la morte di una giovane madre». Alla donna fu assegnato un codice verde al Triage. Fatma invece, aveva un’embolia polmonare in corso: tossiva, non riusciva a respirare. Il marito che l’aveva accompagnata, vedendo la moglie in quelle condizioni, sollecitò un po’ d’attenzione per la donna rivolgendosi a un’infermiera. Gli fu risposto che la donna non respirava perché era agitata, gli fu detto di calmare la moglie e calmarsi a sua volta. Fatma è rimasta lì, ad aspettare, cercando di non farsi prendere dall’ansia e cercando di respirare. Sino alla morte.
Il marito ha presentato denuncia dopo l’accaduto. Il pubblico ministero Sabrina Ditaranto, che ha coordinato le indagini, ha acquisito documentazione medica e testimonianze. E incaricato un perito di analizzare l’accaduto. Chiusa l’indagine ha chiesto, e ottenuto, il rinvio a giudizio della dottoressa che quel giorno era in turno al pronto soccorso per omicidio colposo. Una colpa medica, dunque, per la Procura, è ciò che ha causato il decesso di Fatma. Il punto ora è stabilire se un intervento più tempestivo (cinque ore d’attesa sono un lasso temporale considerevole) e una diagnosi precisa sin dall’arrivo al pronto soccorso della donna avrebbe potuto salvarle vita. Ed è questo che il processo dovrà stabilire. Davanti a perizie contrastanti la richiesta di un esame super partes è logica. Il 7 luglio si torna in aula e il giudice Orazio Muscato deciderà il da farsi.


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