Monza – L’idea era bella, sensata, era persino ragionevole. E poi avanguardistica, percorribile, a volerci credere. Che è già un po’ più in là che semplicemente condivisibile. Peccato – peccato davvero – fosse impossibile. Impossibile in quegli anni, figuriamoci oggi. Pietro Consagra, scultore, promotore della Carta di Matera, l’idea l’aveva descritta così, al punto nove: «L’architetto ha reso il visibile inaccettabile, un ingombro, mentre l’artista tende a rendere il visibile necessario ».
Per intendersi: Consagra e gli altri (come Bonalumi, Castellani e Dadamaino) offrivano in quegli anni e con quella carta un “fronte” di artisti disponibile a essere parte integrante di commissioni per i piani regolatori – urbanisti umanitari contro i professionisti del cemento. Gli unici, dicevano, a poter far convivere e regalare al futuro la grazia del passato e i nuovi materiali. Astrattismo o barbarie, verrebbe da dire. E le barbarie erano i centri storici italiani sventrati prima dalla ricostruzione postbellica e quindi dal boom economico.
Di Monza cosa ne è stato? Le risposte stanno attorno al Serrone della Villa reale, nel raggio di alcuni chilometri, mentre dentro da sabato 16 giugno al 26 agosto ci saranno le sintesi di Consagra: gli undici “Ferri bifrontali” che nello stesso anno aveva realizzato per Matera, per ridisegnare il paesaggio come prodotto di una speculazione teorica che lo aveva portato ad affrontare il rapporto a due dimensioni tra arte e tessuto urbano, il luogo del vivere.
Si chiama “Pietro Consagra. Frontalità” e dopo l’inaugurazione di venerdì 15 (ingresso libero, da martedì a venerdì 10-12 e 15- 19, sabato e festivi 10-19), con l’organizzazione del Comune, il patrocinio di Provincia e Consorzio Villa reale e il sostegno fondamentale della Fondazione Rossini di Briosco, cui appartengono le opere. Il percorso espositivo, che comprende anche alcuni quattro “Paracarri” indicati co me punto di partenza della poetica dello scultore e alcune opere sottili in alluminio a completamento della sua parabola artistica, è accompagnato dalle frasi didascaliche, apodittiche, sentenze che per Consagra (nato a Mazara del Vallo nel 1920 e morto a Milano nel 2005, tra i protagonisti della scultura astratta italiana, firmatario del manifesto Forma 1) erano appunto i momenti successivi del suo pensiero, incrociando la genesi della Carta di Matera.
«“La Città Frontale” è il titolo di un testo critico del 1969 scritto da Pietro Consagra, nel quale l’artista affronta il tema della definizione della forma, del suo incontro con lo spazio, della possibilità o necessità della scultura di dirimere le funzioni di una e dell’altro e restituire l’oggetto alla sua piena valenza estetica – scrive la presentazione della curatela in house della mostra, firmata da Dario Porta, conservatore dei musei civici – La frontalità dell’opera è l’approdo risolutivo verso cui giunge l’artista dopo un continuo lavoro di riflessione e di confronto con le altre esperienze artistiche impegnate sul medesimo tema della ricerca di senso, frontalità che nella sua caratterizzazione di nuova e unica interpretazione del reale viene da Consagra estesa al dato architettonico e segnatamente urbanistico». Nove anni dopo la ricerca arriva a Matera, con i ”Ferri bifrontali” installati nella città per «rinnovare il paesaggio urbano».
«Nonostante siano passati oltre quarant’anni dal saggio di Consagra dedicato alla difesa della bellezza dei centri storici – si legge nella presentazione della mostra del Serrone – il suo pensiero è oggi più attuale che mai poiché invita a riflettere sul rapporto tra storia e modernità. Le sue opere e il suo sguardo sensibile sulla realtà sono uno stimolo a rinnovare e mantenere vivo in tutti, soprattutto in chi ha responsabilità amministrativa, l’atteggiamento di vigile attenzione al mantenimento della bellezza e al suo sviluppo». Impossibile in quegli anni – si diceva – figuriamoci oggi. O forse no. Secondo Consagra, tra urbanistica ed estetica un punto d’incontro esiste. Ma, decretava nella Carta di Matera, è «una magia possibile solo agli artisti».
Massimiliano Rossin
m.rossin
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