VARESE «Se morsichi ancora ti strappo tutti i denti». Così nel marzo 2011 la madre di una piccola alunna della scuola materna Bosina affrontava il compagno della figlia, “reo” di aver morsicato la bambina. Da quell’avvertimento è scaturito un processo con la madre imputata di violenza privata nei confronti del piccolo, capo di imputazione poi riformato in minaccia.
Il pubblico ministero Sabrina Ditaranto, che aveva personalizzato il fascicolo, ieri ha chiesto una condanna a sei mesi a carico della donna. Il giudice varesino Stefano Sala ha invece decretato il non luogo a procedere non perché il fatto non sussista ma in quanto, trattandosi di minaccia nella sua forma più lieve, è reato procedibile a querela di parte. E i genitori del bimbo, che avrebbe poi molto sofferto la situazione sino a cambiare scuola, hanno rimesso la querela dopo essere stati risarciti dall’imputata.
Nulla di fatto. Almeno in primo grado perché il pubblico ministero Ditaranto ha già annunciato l’impugnazione della sentenza in appello non appena saranno depositate le motivazioni (60 giorni).
Secondo il difensore Fabio Margarini non c’era invece alcuna volontà di aggredire il bambino: «L’alunno – ha detto in aula -si era già reso protagonista di altri episodi spiacevoli. Un bambino molto vivace che veniva già seguito in modo particolare dalla scuola. La mia assistita, però, ignorava questo particolare. Mai, altrimenti, l’avrebbe sgridato». E sulla minaccia di «strappare i denti » ha aggiunto Margarini.
Secondo l’avvocato si tratta di un’iperbole. «Si citano i denti perché il bambino aveva morsicato la compagna. Nulla di più». E a sostegno della sua tesi difensiva, ecco un esempio: «In alcuni casi si dice “non toccare o ti taglio le mani” ma è chiaro che non siamo in presenza di una minaccia di prossima mutilazione. È solo un modo di dire».
b.melazzini
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