MANFRIATI – Marco Manfrinati era pienamente capace di intendere e di volere quando, il 6 maggio 2024, uccise il suocero Fabio Limido e ferì gravemente l’ex moglie Lavinia Limido nell’abitazione di via Menotti, a Varese. È questa la conclusione della perizia psichiatrica affidata dalla Corte d’Assise al professor Stefano Ferracuti.
L’elaborato sarà illustrato in aula il 29 maggio davanti alla Corte presieduta dal giudice Andrea Crema. Secondo il consulente nominato dai giudici, la violenza dell’ex avvocato 42enne di Busto Arsizio non sarebbe riconducibile ad alcun vizio di mente.
La richiesta di una perizia psichiatrica era stata avanzata dalla difesa già durante l’udienza preliminare, ma il gup l’aveva respinta. L’istanza era poi stata riproposta nel processo davanti alla Corte d’Assise, che aveva deciso di pronunciarsi soltanto al termine dell’istruttoria.
Nel corso del dibattimento accusa e parte civile hanno portato in aula consulenti convinti della piena capacità di intendere e volere dell’imputato al momento dei fatti. La difesa ha invece sostenuto una tesi opposta attraverso propri esperti. Da qui la scelta dei giudici di affidare una valutazione super partes al professor Ferracuti.
Manfrinati, contestate le aggravanti, rischia l’ergastolo. L’esito della perizia rappresenta un elemento rilevante anche in vista di un eventuale processo d’Appello.
L’avvocato Fabio Ambrosetti, legale della famiglia Limido-Criscuolo, aveva più volte dichiarato: «A nostro parere Manfrinati non è pazzo. È un assassino».
Dopo l’udienza del 29 maggio il procedimento entrerà nella fase conclusiva, con requisitoria del pm e discussioni delle parti. La sentenza di primo grado è attesa nelle prossime settimane.













