Omicidio di Teresa Stabile, scontro sulla premeditazione: sentenza attesa il 24 luglio

Omicidio di Teresa Stabile, scontro sulla premeditazione: sentenza attesa il 24 luglio
La parte civile si associa alla richiesta di ergastolo formulata dal pubblico ministero. La difesa parla invece di un gesto d’impeto e contesta la ricostruzione dei familiari e dei testimoni.

Si avvia alla conclusione davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio il processo a carico di Vincenzo Gerardi, accusato dell’omicidio premeditato dell’ex moglie Teresa Stabile, uccisa con sedici coltellate nell’aprile 2025.

Il delitto avvenne nel cortile del condominio nel quale i due continuavano a vivere, seppure separatamente, dopo la decisione della donna di interrompere il matrimonio. Gerardi venne arrestato in flagranza e successivamente confessò l’omicidio.

Il dibattimento si è concentrato soprattutto sulla premeditazione e sulla pena da infliggere, dando vita a un durissimo confronto tra accusa, parte civile e difesa.

La parte civile: «Nessun vero pentimento»

L’avvocato Cesare Cicorella, affiancato dalla collega Manuela Scalia, ha richiamato innanzitutto il dolore dei figli e dei familiari di Teresa Stabile, destinato a proseguire anche dopo la conclusione del processo.

La parte civile ha condiviso la richiesta di ergastolo già formulata nella requisitoria dal pubblico ministero Ciro Caramore. Richiamando il pensiero di Hannah Arendt, Cicorella ha parlato di “banalità del male” e ha sostenuto che l’imputato non avrebbe manifestato durante il processo un autentico pentimento.

Secondo il legale, dalle dichiarazioni rese in aula ci si sarebbe aspettata una richiesta di perdono rivolta soprattutto ai figli. Un gesto che, nella lettura della parte civile, non è arrivato.

I messaggi precedenti al delitto

Cicorella si è soffermato anche sui messaggi inviati da Gerardi alla sorella prima dell’omicidio. Frasi come “non ho più niente da perdere” e altri riferimenti a possibili gesti estremi avrebbero dovuto, secondo il legale, provocare un intervento della rete familiare dell’imputato.

La parte civile ha quindi criticato quella che considera un’indifferenza di fronte a segnali allarmanti, pur restando il processo concentrato sulla responsabilità personale di Gerardi.

Particolarmente dura anche la ricostruzione dell’aggressione. Cicorella ha ricordato le sedici coltellate inferte alla vittima, oltre alle ferite da difesa riscontrate sulle braccia, sostenendo che la violenza e la reiterazione dei colpi siano incompatibili con le giustificazioni fornite dall’imputato.

La difesa contesta la premeditazione

Di segno opposto l’arringa dell’avvocato Vito Di Graziano, che ha cercato di escludere l’aggravante della premeditazione sostenuta dalla Procura.

La precedente ipotesi difensiva legata a una presunta “gelosia patologica” è stata superata dalla perizia della dottoressa Stefania Zeroli, secondo la quale Gerardi era pienamente capace di intendere e di volere al momento del delitto.

La difesa ha quindi concentrato la propria strategia sulla ricostruzione di un gesto non programmato. Secondo Di Graziano, quella mattina l’imputato si sarebbe trovato nel garage con un coltello e una corda perché intenzionato a lavorare su una bicicletta.

Il delitto sarebbe maturato soltanto dopo un ultimo tentativo di riavvicinamento legato alla separazione e il successivo rifiuto della donna. Nella ricostruzione difensiva, Gerardi avrebbe vissuto un improvviso “cortocircuito” emotivo, colpendo d’impeto e manifestando subito dopo la consapevolezza di quanto commesso.

Le lettere ai figli interpretate come richieste di aiuto

Accusa e difesa hanno attribuito un significato opposto anche ai messaggi inviati alla sorella e alle lettere lasciate ai figli, nelle quali l’imputato avrebbe fatto riferimento a un progetto di omicidio-suicidio.

Per la Procura si tratterebbe di elementi utili a dimostrare l’esistenza di un piano precedente all’aggressione. La difesa li considera invece richieste di aiuto formulate da un uomo intenzionato a togliersi la vita, non la prova di una lucida preparazione dell’omicidio.

È proprio sull’interpretazione di questi elementi che si gioca una parte decisiva del processo: la responsabilità materiale dell’uccisione non è contestata, mentre resta da stabilire se il delitto sia stato pianificato.

L’attacco ai testimoni e ai familiari

Uno dei momenti di maggiore tensione si è registrato quando Di Graziano ha accusato familiari, amici e testimoni di aver riferito soltanto una parte della verità, arrivando a ipotizzare una versione concordata.

Il difensore ha contestato in particolare il racconto di un clima di paura protrattosi per anni, chiedendosi perché nessuna delle persone vicine alla coppia fosse intervenuta prima del delitto.

La tesi è culminata nell’affermazione secondo cui, a causa delle omissioni e dei silenzi del contesto circostante, sarebbero “tutti colpevoli come in un romanzo di Agatha Christie”. Parole che hanno provocato una visibile reazione di sdegno tra i familiari di Teresa Stabile presenti in aula.

La difesa ha infine sollevato dubbi anche sul nesso tra le ferite e il momento del decesso, ipotizzando un possibile ritardo nei soccorsi. Una ricostruzione alternativa rispetto a quella dell’accusa, che attribuisce la morte alla gravità delle sedici coltellate inferte al torace.

Il verdetto atteso venerdì

Il pubblico ministero ha descritto un omicidio lucidamente pianificato e ha chiesto la pena massima. La difesa sostiene invece che si sia trattato di un gesto improvviso, maturato durante un crollo emotivo e privo di premeditazione.

La sentenza è attesa per venerdì 24 luglio, dopo la conclusione dell’arringa difensiva e la probabile replica del pm Ciro Caramore.

Spetterà alla Corte valutare le opposte ricostruzioni e stabilire la responsabilità penale personale di Gerardi, comprese la sussistenza della premeditazione e le conseguenze sulla determinazione della pena.

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