Varese, caso dell’espianto di organi al Circolo: tre anestesisti a processo per falso

Varese, caso dell’espianto di organi al Circolo: tre anestesisti a processo per falso
La vicenda risale al giugno 2019 e riguarda la morte di una quarantenne ricoverata in neurorianimazione. L'ipotesi iniziale di omicidio, legata alla presunta somministrazione di potassio per accelerare il prelievo, è stata archiviata. Ora il processo riguarda la mancata annotazione del farmaco nella cartella clinica. In aula emergono criticità organizzative, problemi tecnici e l'assenza di indicazioni operative scritte.

Un caso sanitario delicato, un sospetto iniziale di omicidio e una procedura di prelievo degli organi finita sotto la lente della magistratura. All’Ospedale di Circolo di Varese, nel giugno 2019, quanto accadde durante l’espianto degli organi di una paziente di 40 anni diede origine a un’indagine giudiziaria che, dopo l’archiviazione dell’ipotesi più grave, è arrivata oggi a processo per un’altra contestazione.

Sono tre gli anestesisti che devono rispondere dell’accusa di falso, per non avere riportato nella cartella clinica la presunta somministrazione di potassio alla paziente. L’eventuale utilizzo della sostanza, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe avvenuto durante la procedura di prelievo. L’ipotesi che fosse stato somministrato per provocare o accelerare l’arresto cardiaco, inizialmente al centro dell’indagine per omicidio, è stata invece archiviata.

Nell’ultima udienza, davanti al giudice Letizia Bibbiani e con il pubblico ministero Arianna Cremona, sono stati ascoltati un’infermiera e tre medici che lavoravano all’epoca al Circolo. Le testimonianze hanno iniziato a ricostruire le condizioni in cui si svolse l’intervento, facendo emergere anche difficoltà tecniche e organizzative.

La caduta in casa e il coma irreversibile

Al centro del procedimento c’è la morte di Selene Galli, ricoverata nel reparto di neurorianimazione dopo una caduta in casa che le aveva provocato un grave trauma cranico.

La donna si trovava in coma irreversibile, sedata profondamente e intubata. Il suo cuore, tuttavia, continuava a mantenere un’attività elettrica. Una circostanza che avrebbe reso particolarmente complessa la procedura di prelievo degli organi a cuore battente, nella quale era necessario documentare l’assenza di attività cardiaca per almeno 20 minuti prima di procedere.

È proprio sulla gestione di quei momenti che si concentrano le testimonianze. In aula sono state descritte diverse difficoltà: dalla predisposizione della sala operatoria al coordinamento del personale, fino alla gestione dei tempi e delle procedure da seguire.

Tra gli elementi emersi figurano anche l’assenza di linee guida operative formalizzate e l’incertezza sul rapporto con la Procura. Secondo quanto riferito, ci si sarebbe aspettati un nulla osta dell’autorità giudiziaria che, in realtà, non era necessario. A complicare ulteriormente la situazione ci sarebbe stato un problema tecnico all’apparecchiatura per l’elettrocardiogramma, poi sostituita.

Il potassio e la necessità di ottenere un tracciato piatto

Uno dei punti centrali del processo riguarda la presunta somministrazione di potassio, sostanza in grado di determinare l’arresto dell’attività cardiaca.

Secondo quanto riferito durante le testimonianze, il farmaco sarebbe stato utilizzato per ottenere un tracciato elettrocardiografico piatto, condizione ritenuta necessaria per procedere al prelievo di più organi. L’effettivo utilizzo della sostanza e le circostanze in cui sarebbe avvenuto restano tuttavia aspetti da chiarire nel corso del dibattimento.

Un dirigente medico ascoltato come testimone ha raccontato di avere appreso che il potassio sarebbe stato somministrato, indicando anche uno dei tre anestesisti come possibile autore dell’iniezione.

Lo stesso medico ha ipotizzato che, se l’utilizzo fosse confermato, si sarebbe trattato di un errore maturato in una situazione di forte pressione, tra difficoltà tecniche e tempi ristretti. Ha inoltre sostenuto che la sostanza non avrebbe avuto un ruolo determinante nell’esito della procedura: se avesse prodotto l’effetto ipotizzato, l’appiattimento del tracciato avrebbe dovuto essere immediato, mentre l’attività elettrica si sarebbe interrotta progressivamente.

La cartella clinica e la raccomandazione di non usare il farmaco

Un altro passaggio fondamentale riguarda la documentazione sanitaria. Secondo l’accusa, l’eventuale somministrazione di potassio non sarebbe stata registrata nella cartella clinica. Per il dirigente medico sentito in aula, qualora venisse accertato l’utilizzo della sostanza, sarebbe spettato al sanitario che l’aveva somministrata annotare il trattamento.

Nel corso dell’udienza è emerso anche un precedente: dopo alcune criticità riscontrate durante due interventi di espianto, nell’aprile 2019 si sarebbe tenuta una riunione nella quale era stato raccomandato di non utilizzare il potassio.

Quell’indicazione, tuttavia, non sarebbe stata accompagnata dalla definizione di linee guida scritte e di procedure operative formalizzate. Un aspetto che contribuisce a delineare il contesto organizzativo nel quale si svolse l’intervento del giugno successivo.

I trapianti riuscirono, ora il processo dovrà chiarire le responsabilità

Il prelievo degli organi si concluse regolarmente e tutti i trapianti ebbero esito positivo. Un dato che fa parte della ricostruzione della vicenda, ma che non risolve gli interrogativi sulla gestione della procedura e sulla documentazione sanitaria.

Il processo dovrà ora chiarire se il potassio venne effettivamente somministrato, chi eventualmente lo utilizzò e perché la circostanza non risulterebbe annotata nella cartella clinica.

Resta inoltre da distinguere il comportamento dei singoli sanitari dalle difficoltà tecniche e organizzative emerse nelle testimonianze. Sono proprio questi gli aspetti sui quali dovrà fare luce il dibattimento, a distanza di oltre sette anni da una vicenda che aveva inizialmente sollevato interrogativi molto più gravi.

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