La legge sulla canapa. «Per l’Italia si apre la strada per recuperare la leadership»
La cannabis prodotto a Firenze in essicazione. Intanto in Lombardia dai 23 ettari del 2014 si è passati ai 152 del 2015 facendo segnare un aumento delle coltivazioni del 500%

La legge sulla canapa. «Per l’Italia si apre la strada per recuperare la leadership»

Il ministro Martina parla della regolamentazione

La notizia da cui partire per quanto riguarda la canapa industriale è la legge che è stata approvata in via definitiva ed entrata in vigore dal 14 gennaio facendo esclamare al ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che: «Per l’Italia si apre la strada per recuperare la leadership del passato». Si tratta della prima legge quadro che regolamenta la filiera agro-industriale della canapa, un settore in cui siamo stati i secondi produttori al mondo fino agli anni 50 del secolo scorso per quantità, dietro solo alla Russia, ma primi in assoluto per la qualità del prodotto. Nonostante la coltivazione di canapa non sia mai stata espressamente vietata nel nostro Paese, la mala interpretazione delle leggi antidroga e la mancata meccanizzazione della coltivazione e della lavorazione negli anni 60, avevano rischiato di far scomparire questa pianta dai nostri campi. Per fare un confronto col passato basti pensare che all’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, in Italia coltivavamo più di 100mila ettari di canapa. Nel 2015 ne abbiamo coltivati poco più di 3mila.

Oggi è del tutto legale coltivare varietà di canapa registrate a livello europeo, che sviluppino un contenuto di Thc (il cannabinoide psicoattivo della cannabis, che causa l’effetto di sballo associato alla pianta) compreso tra lo 0,2 e lo 0,6%. In Italia sono presenti due centri di prima trasformazione, che lavorano le paglie di canapa per ricavarne il canapulo, che mischiato alla calce viene utilizzato in bioedilizia. È un materiale naturale che contribuisce ad abbattere i consumi energetici e regola l’umidità migliorando la vivibilità degli ambienti. Se l’edilizia tradizionale incide oggi per circa il 30% sulle emissioni totali di CO2, la bioedilizia in canapa e calce e totalmente carbon negative: secondo lo studio Architettura ed Ambiente degli architetti Paule Favre e Flavia de’ Rossi: «Una casa di classe termica A tradizionale (modello di casa ermetica diffusa nel nord Europa), ha bisogno dai 35 ai 40 anni di vita per risparmiare la CO2 generata nella sua costruzione, mentre il bilancio della casa in canapa è positivo sin dal primo giorno». Gli architetti pugliesi di Pedone Working hanno creato in Puglia l’edificio in canapa e calce più grande d’Europa, di recente premiato al Green Building Construction Award 2016.

Le filiere che attualmente funzionano in Italia sono quella della bioedilizia e quella alimentare: dalla spremitura a freddo dei semi di canapa si ricava infatti un olio molto ricco di nutrienti, Omega 3 e 6 e antiossidanti, mentre dai residui della spremitura si ottiene farina che può essere utilizzata per dolci e prodotti da forno.

Ma la canapa è un materiale che può dar vita a centinaia di prodotti vantaggiosi per l’ambiente: dalla carta alle bioplastiche per arrivare ai biocarburanti e passando per i tessuti ed i prodotti di cosmetica. È una risorsa rinnovabile, biodegradabile e vantaggiosa per l’ambiente. Con la rinascita di un’industria basata su questa pianta avremmo l’opportunità di tornare a sviluppare dei circuiti economici virtuosi, nei quali l’uomo può trarre il profitto necessario rispettando l’ambiente in cui si trova a vivere. Senza dimenticare il valore aggiunto del made in Italy che può rappresentare una spinta non da poco nell’ottica delle sfide che la rinascita di una filiera della canapa nostrana può offrire in tutti i settori di produzione.

Intanto in Lombardia dai 23 ettari del 2014 si è passati ai 152 del 2015 facendo segnare un aumento delle coltivazioni del 500%. Secondo i dati diffusi da Coldiretti, gli agricoltori stanno tornando a investire in questa coltura. Per ora in Lombardia le estensioni maggiori si trovano nel Bresciano (quasi 67 ettari), a Cremona (più di 33 ettari) e Mantova (circa 22 ettari). Fino a dieci anni fa la coltura era praticamente sparita e nel 2014 era ricomparsa soltanto a Lodi, Mantova e Pavia.n


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