Emozione unica

Emozione unica

È stata un grande emozione per la giornata del carcere di Busto, nove detenuti e due “affidati”. I momenti vissuti vicino al Pontefice non se li dimenticheranno mai: otto di loro sono stati i suoi “chierichetti”

Claudio e Issam, l’incontro con Papa Francesco in San Pietro al Giubileo dei carcerati: «Il completamento del nostro percorso di rinascita».
Erano nella delegazione di 11 persone, nove detenuti e due “affidati”, che domenica 6 novembre, insieme al direttore della Casa circondariale Orazio Sorrentini, alla responsabile dell’area trattamentale Rita Gaeta, al cappellano del carcere don Silvano Brambilla e ad un gruppo di volontari, agenti e operatori, ha avuto la grande opportunità di presenziare al Giubileo dei carcerati, nella Basilica di San Pietro a Roma.

Claudio Bottan, classe 1959, veneto di origine, è un uomo libero da poco più di tre mesi, entrato nel regime di “affidamento in prova”: è il caporedattore di “Vocelibera”, il giornale realizzato dai detenuti di via per Cassano. «Personalmente avrei potuto anche dire di no all’invito, perché non avevo più niente da dimostrare e non avevo più bisogno di recitare la parte del riabilitato - racconta la sua esperienza dal Papa - ma l’ho vissuto come la chiusura di un percorso iniziato in carcere e che sentivo come momento importante. La chiusura di un percorso iniziato quando don Silvano Brambilla chiese agli agenti di aprire la porta della mia cella nella sezione isolamento del carcere di Busto Arsizio: voleva abbracciarmi perché aveva visto la condizione di disperazione in cui mi trovavo. Da allora, ho avuto quattro trasferimenti, perché facevo la guerra con la pena alle condizioni disumane delle carceri in generale. Così, rimasto in contatto con don Silvano, decisi di tornare a Busto Arsizio, perché nonostante fosse il carcere della sentenza Torregiani, avevo visto che c’era lo spazio, e le persone, per attuare un cambiamento in meglio. Cosa che è successa, perché oggi via per Cassano è “una piccola Bollate”. La chiusura della Porta santa per me equivale alla chiusura della porta che mi aveva aperto don Silvano per tirarmi fuori dal buio in cui mi trovavo».

I momenti vissuti vicino al Pontefice non se li dimenticheranno mai: arrivati il sabato sera alla stazione Termini, sono stati portati direttamente in San Pietro, dove hanno ricevuto le mansioni per la Messa dell’indomani mattina, dove sono stati i “chierichetti” di Papa Francesco (otto da Busto Arsizio su dodici detenuti in totale). «Don Silvano ci ha tirato uno scherzo non da poco, perché ci ha detto che saremmo stati molto vicini al Papa, ma non immaginavamo così vicini - ammette Claudio Bottan - ci siamo resi conto di quello che stava accadendo quando ci hanno portato in sacrestia per vestirci, mentre si vestivano altri 50 sacerdoti. Quando il cardinal Marini ci ha annunciato che prima della Messa il Papa avrebbe parlato con noi è scattato il panico, io stesso ho avuto tremore. Così mi sono messo a scrivere una lettera da consegnargli, in cui chiedevamo di pregare per noi, per le nostre famiglie e gli operatori. Ma quando il Santo Padre è entrato, con un sorriso ha sciolto tutta la tensione e poi ha salutato ognuno di noi, intrattenendosi in modo tutt’altro che formale». Un’emozione forte: «Il suo abbraccio - racconta l’ex detenuto - mi è rimasto dentro, con il suo calore e il suo sorriso. Ha voluto sapere di “Vocelibera”, gli abbiamo consegnato delle copie e mi ha invitato a pregare per lui, cosa che mi ha toccato moltissimo».

Il momento più intenso è stato quello della vestizione, quando a ciascuno dei “ragazzi” di via per Cassano è stato dato il compito di porgere un paramento sacro al Pontefice, mentre uno dei detenuti, il marocchino Issam, ha avuto l’opportunità di stare dentro tutto il tempo a reggere il Vangelo che il Papa legge durante la vestizione. Issam El Jyad, “articolo 21” (che gli consente il lavoro all’esterno del carcere) in attesa di risposta per l’affidamento in prova. Viene dal Marocco, è in Italia da parecchi anni: «Ero perso, la mia vita era distrutta e le persone che ho incontrato in carcere mi hanno cambiato e mi hanno salvato - racconta -questa opportunità di incontrare il Papa è stato il completamento di un percorso di rinascita. Ora non vedo altro che non sia rigare dritto, tanto che a volte nemmeno io mi riconosco più». Issam è di religione islamica, ma questo non lo ha in alcun modo frenato: «Papa Francesco è una figura universale, è ben voluto anche dai musulmani. Sono stato con lui più di dieci minuti, ci ho parlato, ha cuore, è una persona perbene. È stata un’esperienza emozionante, difficile da spiegare a parole. Mi ha dato tanta carica, tanta energia, da quel giorno non faccio altro che pensare all’intensità di quei momenti».
Nonostante l’emozione e la commozione, tutto è filato liscio, anzi c’è stato persino «qualche cardinale che - racconta Claudio Bottan - ha chiesto a don Virglio Balducchi, l’ispettore dei cappellani delle carceri, da che seminario provenissero i chierici e lui ha risposto “da quello di via per Cassano a Busto Arsizio”. Siamo noi che non ci siamo resi conto di essere immersi dentro un fatto storico, mai avvenuto prima. Sono le lezioni che si imparano in galera: il “politicamente corretto” è tutta un’invenzione».


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